Alcune domande su ENI e la Russia

Massimo Mucchetti sul Corriere si chiede perché l’ENI importa il costoso gas della Russia quando ce ne sarebbe di ben più economico, nel mondo.

E’ possibile che l’amicizia speciale tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin abbia distorto gli storici rapporti tra Eni e Gazprom a favore del Cremlino? È possibile che a una tale distorsione abbia contribuito l’amministratore delegato dell’Eni, Paolo Scaroni, per conquistare e conservare l’ambita poltrona? Queste sono le domande che pongono i cablogrammi inviati dalle ambasciate americane in Italia e Georgia a Washington e ora rivelati da Wikileaks.

Che l’Eni sia uno Stato nello Stato, legatissimo al governo, non è una scoperta, ed è anche giustificabile: la politica energetica è un pilastro della sicurezza nazionale. Che l’Eni abbia a libro paga dei giornalisti sarà certo oggetto di smentita, e noi non abbiamo prove per avvalorare i sospetti americani, anche se sappiamo bene come il cane a sei zampe – in questo simile ad altri grandi gruppi pubblici e privati – sappia esercitare le sue pressioni sull’informazione. Che, invece, l’Eni possa subordinare le sue scelte strategiche verso il grande fornitore russo ad accordi opachi, raggiunti a quattr’occhi tra il premier italiano, formatosi alla scuola della tv commerciale, e il nuovo zar, addestrato dalla tremenda scuola del Kgb, questo è un rischio serio e grave. Del quale dovrebbero rispondere sia il top management di una società che è quotata in Borsa, sia il governo italiano, in particolare il ministro dell’Economia, titolare della maggioranza relativa dell’Eni, e il suo collega dello Sviluppo economico, che dovrà pur avere un’idea sul futuro energetico del Paese.

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