Il governo Prodi pagò un riscatto per liberare Mastrogiacomo?

Se ne parla ancora: Prodi e D'Alema dicono di no, il direttore della Stampa dice di sì e racconta quello che sa

Daniele Mastrogiacomo è il giornalista di Repubblica che venne rapito a Kandahar, in Afghanistan, il 5 marzo del 2007, per essere poi liberato quattordici giorni dopo, il 19 marzo, al termine di una complessa trattativa che è tornata di qualche attualità in questi giorni, per lo meno sulle pagine della Stampa.

In quel momento l’Italia era governata dal centrosinistra: il presidente del Consiglio era Romano Prodi, il ministro della Difesa era Arturo Parisi, il ministro degli esteri era Massimo D’Alema. La liberazione di Mastrogiacomo avvenne a causa della decisione del presidente afghano Karzai di assecondare le pressioni del governo italiano e obbedire alle richieste dei rapitori, liberando quattro talebani prigionieri delle carceri afghane. Immediatamente dopo la sua liberazione, i governi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Olanda avevano manifestato il loro disappunto e il loro malessere per il modo in cui si era stata ottenuta la liberazione di Mastrogiacomo. La dottrina ufficiale, infatti, vuole che i governi occidentali non trattino con i terroristi né tantomeno si prestino ad assecondare le loro richieste, dato che questo comportamento li rafforza e incentiva la pratica dei sequestri.

Nei giorni precedenti alla diffusione dei documenti di Wikileaks, diverse testate avevano ipotizzato che alcuni dei rapporti riservati potessero riguardare il nervosismo statunitense nei confronti dell’Italia per le modalità della risoluzione del sequestro Mastrogiacomo. Per il momento, non sembra che i documenti di Wikileaks affrontino questo tema. In Italia però qualcuno ne discute comunque. Ieri il direttore della Stampa, Mario Calabresi, scriveva così.

Due fatti hanno fatto particolarmente rumore al desk europeo del Dipartimento di Stato negli ultimi anni: il primo (nel 2007) è stato il pagamento del riscatto da parte del governo Prodi per ottenere la liberazione del giornalista Daniele Mastrogiacomo in Afghanistan, un comportamento non in linea con quello degli alleati e che scatenò le ire della diplomazia americana perché il passaggio di denaro venne reso pubblico, costituendo un pericoloso precedente.

La novità è quindi il riferimento a un passaggio di denaro, al “pagamento di un riscatto”, addirittura reso pubblico – oltre alla nota liberazione dei militanti talebani. Romano Prodi e Massimo D’Alema hanno scritto alla Stampa, che oggi pubblica la loro smentita.

Con riferimento a quanto pubblicato oggi (ieri ndr) da La Stampa, in un editoriale del direttore dal titolo “Quelle parole che lasciano il segno”, ove si sostiene che il governo italiano pagò un riscatto per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo, sentiamo il dovere di smentire in modo assoluto questa notizia. Mai infatti è stato pagato un riscatto per la restituzione alla libertà del giornalista Mastrogiacomo. Il passaggio di denaro per la liberazione non può dunque essere stato reso pubblico, come erroneamente sostenuto nell’articolo in questione, poiché non ebbe mai luogo. Duole e sconcerta che venga diffusa una notizia del tutto infondata ed è doveroso che ci interroghiamo sulle ragioni per cui ciò avviene.

Calabresi risponde ancora, e la sua replica è ricca di particolari che spiegano perché trova corretto e opportuno parlare di “riscatto”.

Lunedì 19 marzo 2007 ero a Washington e, come corrispondente di Repubblica, mi recai al Dipartimento di Stato per avere il punto di vista della diplomazia americana sulla presenza italiana in Afghanistan (a quel tempo si discuteva delle regole d’ingaggio dei nostri militari) e sul contestato allargamento della base Usa a Vicenza. La discussione però venne monopolizzata dalla notizia del rilascio di Daniele Mastrogiacomo e potei registrare la rabbia americana per “le concessioni” fatte ai talebani con il rilascio di cinque loro comandanti che erano rinchiusi nelle prigioni afghane.

All’uscita dal Dipartimento incontrai proprio Massimo D’Alema, appena arrivato a Washington per cenare con Condy Rice al ristorante dell’hotel Watergate. Gli raccontai che gli americani erano furiosi per concessioni che ritenevano contenere sia una liberazione di “terroristi” sia un riscatto. Tanto che più di una fonte, riferendosi anche ai precedenti iracheni, mi aveva parlato del vizio italiano di pagare riscatti. L’allora ministro degli Esteri mi rispose che non gli risultava nulla di tutto ciò e mi chiese, ironicamente, come si mangiasse all’Aquarelle.

La mattina dopo D’Alema partecipò al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – dove propose una conferenza internazionale sull’Afghanistan – e all’uscita dal Palazzo di Vetro affermò che non c’era alcun problema con gli americani, parlò di sintonia con l’Amministrazione Bush e ringraziò gli Usa per la “comprensione” avuta nel dare il via libera a Karzai per trattare e fare concessioni.

Il pomeriggio successivo tutti i corrispondenti dei quotidiani italiani negli Stati Uniti vennero invitati a partecipare ad una conferenza telefonica con uno dei funzionari di vertice del Dipartimento di Stato: l’uomo chiese di non essere citato perché le sue parole volevano essere la voce ufficiale dell’Amministrazione americana. Con tono molto secco e irrituale smentì qualunque comprensione per le concessioni che “hanno aumentato le minacce per il popolo afghano”. “Non abbiamo approvato e non approviamo – aggiunse – alcuna concessione nei confronti dei terroristi”.

Il giorno dopo ancora , a seguito di una telefonata D’Alema-Rice, uscì un comunicato in cui si ribadiva che “Gli Stati Uniti non condividono lo scambio di ostaggi o concessioni ai terroristi ed è una politica che è stata ribadita al governo italiano sia durante questa crisi sia durante precedenti rapimenti”. Le concessioni italiane ai rapitori (che sono altra cosa dallo scambio di ostaggi e infatti vengono citate separatamente) venivano definite in modo non ufficiale con il nome di riscatto.

Questa è la storia e se anche credo di non aver stravolto la realtà dei fatti, per come l’ho appresa, devo ammettere che non è stato corretto scrivere “passaggio di denaro”, perché ufficialmente non venne reso pubblico un pagamento di riscatto, mentre pubblicità venne data allo scambio dei cinque capi talebani.

Quanto alle ragioni per cui ieri ho inserito questo passaggio nel mio editoriale sono semplici e sarebbe un esercizio inutile scomodare la dietrologia: l’ho fatto perché sono un cronista prima di tutto e non posso dimenticare la mia ultima visita al Dipartimento di Stato, quando era già in carica Barack Obama e in Italia Berlusconi aveva sostituito Prodi. Prima di congedarmi domandai quali fossero stati i momenti più tesi con l’Italia negli ultimi anni, la risposta fu: l’affare Mastrogiacomo e la posizione filorussa assunta da Berlusconi nella guerra tra Mosca e la Georgia.