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  • venerdì 12 Novembre 2010

La ricchezza italiana buttata via

Beppe Severgnini sul vecchio, ma terribilmente vero, tema dell'investimento sui giovani negli USA e in Italia

Beppe Severgnini è andato a vedere “The social network” e si è trovato di nuovo a pensare alla differenza tra gli stimoli, gli incentivi e le motivazioni offerte dalle università americane agli studenti con delle idee e delle ambizioni, e a quelle su cui investe l’Italia.

La scena più sexy di The Social Network non è quella in cui le stagiste sculettano nella nuova sede di Facebook, ma un’altra. Il rettore di Harvard, l’ex segretario al Tesoro Larry Summers, strapazza due atletici studenti in visita: «Mettetevelo in testa: qui i ragazzi non vengono per trovare lavoro. Vengono per inventarsene uno».
The Social Network, che esce oggi in Italia, avrà un grande, meritato successo. Veloce e succulento, scritto e recitato col ritmo nervoso che rende indimenticabili i film, i lavori e gli amori. Speriamo che gli adulti italiani capiscano anche la lezione che contiene. I ragazzi italiani ci riusciranno di sicuro. La lezione, come ricorda Paolo Mereghetti su Corriere.it, non riguarda solo il capitalismo americano, capace di reinventarsi e, quindi, di continuare a condurre il gioco. Riguarda la forza dirompente delle nuove idee, che nelle università trovano l’incubatore naturale. Un incubatore caotico, frenetico e rischioso, com’è prevedile. Ma formidabile, com’è la gioventù.
È tra gli eccessi e nel disordine che, spesso, spuntano le idee. Microsoft è nato nei primi anni 70 a Harvard, dove Bill Gates – pokerista e casinista – conobbe Steve Ballmer e trovò un nuovo algoritmo per l’ordinamento delle frittelle (pancake sorting), una variante degli algoritmi di ordinamento in cui l’unica operazione ammessa è invertire gli elementi di una parte iniziale della successione. La posta elettronica s’è affermata nei college, a metà degli anni 90. Google è l’idea di due studenti di Stanford. Facebook, come dicevano, è nato a Harvard e per Harvard, estendendosi prima alle università dell’est, poi a quelle dell’ovest.

(continua a leggere sul sito del Corriere della Sera)