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  • giovedì 28 ottobre 2010

Incastrato da agenti provocatori, un altro

Un uomo arrestato a Washington per terrorismo: i suoi complici erano agenti FBI sotto copertura

La stessa pratica è stata utilizzata più volte in passato, e per ora i giudici danno ragione al governo

Un mese fa avevamo raccontato la storia di un ragazzo arrestato a Chicago e accusato di aver posizionato una bomba vicino a uno stadio: il pacco però non conteneva nessuna bomba, all’insaputa del ragazzo, il complice che glielo aveva fornito era un agente dell’FBI sotto copertura. L’FBI usa spesso questo stratagemma per incastrare dei sospetti e verificare le loro reali intenzioni. L’anno scorso la polizia federale statunitense arrestò a Dallas un ragazzo di nazionalità giordana con simili accuse, intercettato su un sito internet di orientamento estremista: gli misero in mano una bomba e un pulsante per farla esplodere, lui fece clic, la bomba non esplose e lo arrestarono. La stessa cosa è avvenuta qualche tempo fa a Springfield, in Illinois, e nel maggio del 2009 a New York, quando quattro persone furono arrestate per aver tentato di far saltare in aria – con dell’esplosivo finto, procurato loro dall’FBI – due sinagoghe a New York.

Ieri è successo di nuovo. Gli agenti dell’FBI hanno arrestato a Washington un uomo accusandolo di stare collaborando a un piano per mettere delle bombe nella metropolitana della capitale statunitense. L’uomo si chiama Farouk Ahmed, ha 34 anni e doppia nazionalità americana e pakistana. Dallo scorso aprile a ieri ha creduto di essere parte di un’importante operazione di Al Qaida, e ha eseguito tutti gli ordini che i suoi superiori gli impartivano: ha registrato lunghi video all’interno delle stazioni della metropolitana, ha disegnato delle mappe, ha fornito idee e suggerimenti riguardo i migliori posti in cui posizionare le bombe allo scopo di uccidere il maggior numero di persone. Ahmed è accusato di aver partecipato all’ideazione di un complotto terrorista. Negli atti che sono stati resi noti alla stampa non è chiaro come gli agenti dell’FBI siano venuti in contatto con Ahmed, ma è noto che la polizia federale statunitense monitora costantemente siti internet e forum frequentati da estremisti islamici e loro simpatizzanti in giro per il mondo.

Il caso riapre la questione sulla legittimità “etica” di simili operazioni di polizia basate sull’”agente provocatore”. Da una parte la logica alla base degli arresti è consolidata in qualsiasi codice penale: si puniscono anche i tentativi di reato, anche quelli che non vanno a buon fine. Dall’altra parte questi tentativi avvengono solo grazie al lavoro di istigazione degli agenti dell’FBI, che spingono queste persone ad agire e forniscono mezzi e denaro a personaggi che forse altrimenti non avrebbero avuto modo di procurarseli davvero: e rischiano di essere quindi processate le intenzioni. A meno che però, su questo o quel sito internet, invece dell’agente dell’FBI non fosse arrivato un terrorista vero, con dei soldi veri e una bomba, vera. Ma non potrà mai dimostrarlo nessuno.

Negli altri casi di questo genere, gli avvocati difensori hanno accusato gli agenti di aver teso delle trappole per i propri clienti istigandoli a commettere dei crimini ai quali altrimenti non si sarebbero prestati. L’FBI e i procuratori sostengono che questo genere di operazioni sono condotte esclusivamente verso sospetti che hanno già dato mostra di essere potenzialmente pericolosi. Fino a questo momento i giudici e le giurie hanno sempre dato ragione al governo.

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