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  • martedì 26 Ottobre 2010

Lo scioglimento delle camere

La produttività dei parlamentari italiani raggiunge nuove vette: la prossima settimana la Camera va in vacanza

Cinque mesi fa raccontammo di quello che Repubblica aveva definito il momento in cui la Camera dei deputati aveva toccato il fondo, dal punto di vista della sua efficacia e produttività: una settimana con due sole sedute con votazioni, il martedì e il mercoledì, e il giovedì i deputati erano già tutti a casa.

Doveva arrivare la prossima, di settimana. Come raccontato ieri da Marco Conti sul Messaggero e oggi da Sergio Rizzo sul Corriere della sera, la settimana prossima la Camera non lavorerà affatto. Niente, “luci spente”. La spiegazione “ufficiale”, scrive Rizzo, è che quando alla Camera arriva la legge finanziaria il resto dell’attività legislativa si ferma, in attesa che la commissione bilancio voti la legge di bilancio, che oggi si chiama “legge di stabilità”.

In realtà si tratta di una tendenza che va avanti da molto più tempo, ed esula dalla eventuale particolarità di questa settimana. Quest’anno il parlamento ha approvato 74 provvedimenti. 18 sono decreti legge del governo, 3 sono di fonte governativa, come la legge comunitaria. 17 sono le conversioni in legge di altrettanti decreti. 22 sono ratifiche di trattati internazionali. Ne rimangono 14: due di queste sono comunque nate da disegni di legge governativi. Arriviamo a dodici, e che dodici.

Delle dodici leggi «superstiti» fanno poi parte provvedimenti a uso e consumo dei partiti e della politica, come la legge sul legittimo impedimento che ha consentito al premier di non partecipare per motivi istituzionali ai processi che lo vedono imputato, o come la sanatoria delle liste elettorali per le Regionali. Ne restano dunque una decina. Una pattuglia sparuta, nella quale, oltre a provvedimenti di indubbio spessore sociale, come le disposizioni a favore dei malati terminali, dei sordociechi, o degli alunni dislessici, troviamo per esempio una legge che consente di nominare un finanziere comandante delle Fiamme Gialle, una norma sul personale dell’agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie…

Ora, ci sono tre ordini di motivazioni per questo problema. La prima ragione è, appunto, l’evidente e progressivo schiacciamento dell’attività legislativa delle camere sui provvedimenti promossi dal governo, che siano progetti di legge varati dal consiglio dei ministri o decreti legge da convertire. Al momento del voto d’aula, poi, il governo ha posto spesso e volentieri la questione di fiducia, impedendo la discussione sui singoli emendamenti e riducendo corposamente l’entità del lavoro d’aula per i parlamentari, chiamati semplicemente a ratificare decisioni prese altrove.

La seconda ragione potrà sembrare bizzarra, ma in realtà è molto influente: la mancanza di soldi. “Non c’è il becco di un quattrino”, scrive Rizzo sul Corriere. Non si parla di difficoltà economiche della Camera quanto dell’intero paese: e l’Italia è un posto in cui se non ci sono soldi da spendere i parlamentari non sanno cosa fare, nonostante le centinaia di riforme a costo zero che potrebbero contribuire a rimettere in moto la situazione.

La terza ragione è quella meno visibile ma più influente e soprattutto più complessa da risolvere, e ha a che fare con la situazione politica in corso. Le divisioni nella maggioranza sono tante e tali che l’attività governativa è di fatto ingolfata: l’esecutivo è concentrato su due o tre grossi provvedimenti legislativi – la finanziaria, la legge costituzionale sull’immunità parlamentare – e tutto il resto rimane bloccato, oramai relegato a merce di scambio tra finiani e berlusconiani, berlusconiani e leghisti. Rizzo fa qualche esempio.

La commissione Giustizia della Camera ha praticamente concluso l’esame di un provvedimento antiusura già approvato dal Senato. Che però, senza apparenti motivazioni, procede lentissimo. Come anche il disegno di legge anticorruzione, approvato dal Consiglio dei ministri otto mesi or sono, e ora parcheggiato nelle commissioni di Palazzo Madama.

Ogni volta che si fa un discorso del genere bisogna anche fare qualche precisazione, per evitare ulteriori semplificazioni demagogiche rispetto a quelle già comunemente in corso sulla politica. Quello che questi dati non dicono è che l’attività di un parlamentare non è composta soltanto dalle sedute in aula, ma anche da quelle in commissione: e qui la discussione sui testi di legge dura spesso di più dell’esame finale in aula. Poi c’è il tempo che ogni parlamentare avrebbe il dovere di dedicare al cosiddetto rapporto col territorio, al contatto con gli elettori: certamente non è la prima preoccupazione di molti di loro, ma non si può non tenerne conto nel momento in cui si chiede trasversalmente e a gran voce che i politici stiano più “tra-la-gente” e meno “nel-palazzo”. Insomma: delle dimensioni del problema si può discutere, così come delle sue cause. Che non si possa discutere della sua esistenza ce lo disse lo scorso maggio lo stesso presidente della Camera, Gianfranco Fini, lamentando che “l’attività legislativa” era a “rischio paralisi”. Siamo ancora lì.