• Italia
  • venerdì 15 ottobre 2010

Il centrodestra e la guerra dei dispetti

Cosa vuol dire la pretestuosa polemica in corso sulla riforma della legge elettorale

Chiuso, più o meno, il fronte di scontro relativo alla storia di Fini e la casa di Montecarlo, chiusa per il momento la legge Finanziaria e chiusa finalmente la partita delle commissioni parlamentari, uno potrebbe pensare che il centrodestra sia sul punto di una tregua. Che almeno per qualche giorno berlusconiani e finiani possano fermare i movimenti delle truppe e tirare i remi in barca.

In realtà, stando alla lettura dei quotidiani di questi giorni, quel momento non è arrivato. Si tratta come al solito di movimenti tanto frenetici quanto probabilmente inconcludenti, e qui al Post stiamo attenti a non farci prendere la mano col racconto di retroscena e beghe di partito. Però vale la pena dare un’occhiata, una volta ogni tanto, quanto meno per vedere che aria tira. Ieri abbiamo parlato della proposta di legge presentata dai finiani allo scopo di privatizzare la RAI. È uno dei fronti di maggiore attivismo degli esponenti di Futuro e Libertà. L’altro è la riforma della legge elettorale: da qualche tempo infatti si va formando un’alleanza informale e traversale tra i partiti che sono determinati a riformare la legge Calderoli attualmente in vigore. Fino a questo momento hanno dato la loro disponibilità alla discussione il PD, l’UdC, ApI, l’IdV e Futuro e Libertà: dicono di essere d’accordo sulla necessità di cambiare l’attuale legge, non scendono nei dettagli del modello che sostengono, ma sono abbastanza da rappresentare un piccolo problema per il governo, il PdL e la Lega, che non hanno intenzione di mettere le mani alla legge.

Il nodo nasce dal fatto che mentre la strana alleanza alla Camera potrebbe contare su una maggioranza – evidentemente alternativa all’attuale maggioranza di governo – al Senato il PdL ha le cose saldamente in mano. Da qui le scaramucce di ieri tra Fini e Schifani riguardo il ramo del parlamento dal quale iniziare la discussione: una riforma che nasce in Senato è una riforma che nasce azzoppata, se non addirittura morta. La commissione Affari costituzionali del Senato si occupa di riforma elettorale dal dicembre del 2008. Fini ha chiesto a Schifani di lasciare quella discussione alla Camera, in ragione dell’eccessivo carico di lavoro della commissione. Ieri Schifani ha garbatamente rispedito indietro l’offerta, assicurando il collega “di aver avuto ampie garanzie dal presidente della commissione Affari costituzionali sulla possibilità di proseguire nell’esame della legge elettorale”.

A quel punto Fini ha scritto una controrisposta, dicendo che Schifani afferma cose “ineccepibili” ma c’è una “questione politica” e cioè che “risulta difficile pensare che il Senato manderà avanti davvero la riforma della legge elettorale”. Che è evidente, però è altra cosa rispetto a quella detta inizialmente: Fini prima ha tentato l’approccio tecnico-istituzionale, poi ha fatto ricorso all’approccio politico. E il cambio di tono è la causa dei nuovi attacchi a Fini da parte del PdL: ieri l’onorevole Napoli ha sostenuto che Fini “ha trasformato l’aula della Camera in ‘un bivacco di manipoli'”, per dire a che punto siamo.

D’altra parte, dovesse davvero concretizzarsi alla Camera una maggioranza alternativa a quella di governo, pronta ad approvare una legge in contrasto all’opinione del governo e dei due maggiori partiti che lo sostengono, saremmo di fatto davanti alla fine di questo esecutivo. E quindi, realisticamente, non esistono possibilità che una maggioranza alternativa oggi approvi una nuova legge elettorale alla Camera e al Senato: perché se quella legge passasse alla Camera Berlusconi andrebbe a dimettersi prima che il testo possa arrivare al Senato, dove comunque una maggioranza non c’è. E quindi anche questo, forse, è un indicatore dell’aria che tira nel centrodestra, la cui polemica interna prevede ancora l’utilizzo di battaglie pretestuose al solo scopo di fare qualche dispetto all’avversario, mentre gli altri stanno a guardare.

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