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  • mercoledì 6 Ottobre 2010

Il bazooka di Reggio Calabria

Attilio Bolzoni ripercorre le tappe più recenti della lotta alla 'ndrangheta e spiega come mai quella di ieri possa essere considerata la sua dichiarazione di guerra finale

Ieri la polizia ha trovato un bazooka a circa duecento metri dal Tribunale di Reggio Calabria. Una telefonata anonima arrivata intorno all’una di notte aveva detto: «Andate allo svincolo di San Giorgio extra, sul Calopinace. Troverete una sorpresa per Pignatone». Giuseppe Pignatone è il Procuratore di Reggio Calabria, impegnato da anni in quella lotta alla ‘ndrangheta che negli ultimi ventiquattro mesi ha portato all’arresto di più di mille uomini. Oggi il prefetto Luigi Varratta – al termine della riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica – ha annunciato l’arrivo dell’esercito a presidiare gli edifici della Procura della Repubblica e della Procura Generale. Attilio Bolzoni su Repubblica ripercorre le tappe più recenti della lotta alla ‘ndrangheta in Calabria e spiega come mai considera quella di ieri la sua dichiarazione di guerra finale.

A Reggio, è resa dei conti. A Reggio, moderna Casablanca dove boss e spie si sentono i padroni, è vigilia di paura. I tempi di pace sono finiti e i padrini reagiscono con la minaccia più alta alle indagini che hanno colpito la loro organizzazione, più di mille uomini arrestati negli ultimi ventiquattro mesi, tutti i grandi latitanti della Locride o della Piana finiti al 41 bis, la scoperta di una Cupola che dopo tanti luoghi comuni sulla sua architettura ci ha rivelato l’esistenza di una struttura a piramide come Cosa Nostra. E per ultimo, adesso, c’è anche quel pentito: Roberto Moio, il nipote dei terribili Tegano di Archi, mafioso di rango che ha deciso di saltare il fosso la mattina di giovedì scorso. È dalla metà degli Anni Novanta che un uomo di ‘Ndrangheta non si trasformava in un collaboratore di giustizia. È stato questo, probabilmente, il movente finale che ha spinto qualcuno a depositare nei dintorni del Tribunale quell’arma pesante – da guerra, per l’appunto – con la macabra «dedica» al procuratore della repubblica Giuseppe Pignatone.

Più si è fatta forte l’antimafia in Calabria e più la mafia calabrese si è fatta aggressiva, più l’azione dello Stato si è rivelata efficace dallo Stretto alle Serre (dopo decenni di abbandono di una regione italiana, di strapotere criminale, di connivenze in ogni pubblica amministrazione) e più i boss di Reggio e di Gioia Tauro e di Siderno si sono mossi per fronteggiare uno dopo l’altro i propri nemici. Magistrati. Investigatori. Giornalisti. Sindaci. Imprenditori. È il volto nuovo della Calabria che fa paura alla ‘Ndrangheta e che la ‘Ndrangheta vuole cancellare. È il nuovo corso dell´antimafia giudiziaria e poliziesca la minaccia più diretta per i boss. Il conflitto per il momento è lì. C’è un nuovo procuratore, Pignatone. E ci sono nuovi vice, Michele Prestipino e Nicola Gratteri e Ottavio Sferlazza. E c’è un gruppo di giovani e vecchi pubblici ministeri intorno a loro. Poi sono sbarcati a Reggio i migliori uomini della polizia, dei reparti speciali dei carabinieri e della finanza. Una squadra intera. E un progetto di «risanamento» a lungo respiro per la Calabria. Quando lo Stato ha cominciato a far male sono cominciati a Reggio anche gli «avvisi». I boss, non abituati a subire per tanto tempo pressioni investigative di un certo tipo, dopo un primo sbandamento hanno risposto a modo loro. Nel loro stile. L’anno decisivo di questo scontro è stato il 2010.

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