«La mia casa è dove sono»

«Roma e Mogadiscio, le mie due città, sono come gemelle siamesi separate alla nascita. L’una include l’altra e viceversa»

di Igiaba Scego

Sheeko sheeko sheeko xariir…

Storia storia oh storia di seta…
Così cominciano tutte le fiabe somale. Tutte quelle che mia madre mi raccontava da piccola. Fiabe splatter per lo più. Fiabe tarantinate di un mondo nomade che non badava a merletti e crinoline. Fiabe più dure di una cassapanca di cedro. Iene con la bava appiccicosa, bambini sventrati e ricomposti, astuzie di sopravvivenza.

Nelle fiabe di mamma non esistevano principesse, palazzi, balli e scarpine. Le sue storie riflettevano il mondo in cui era nata lei, la boscaglia della Somalia orientale dove uomini e donne si spostavano di continuo in cerca di pozzi d’acqua. «La casa ce la portavamo sulle spalle» mi diceva sempre. E se non era proprio sulle spalle, poco ci mancava. Il miglior amico dell’uomo, il nobile dromedario, spesso la portava al posto loro.

Era una vita dura quella che mamma Kadija trascorse fino ai nove anni. Già da piccola era un buon pastore. Mungeva capre e mucche, badava ai cammellini, cucinava il riso con la carne e non si lamentava mai per i calli ai piedi che le spuntavano a ogni migrazione della sua famiglia allargata. Le storie erano il miglior modo per non pensare alle fatiche della vita reale. Quei ginni pericolosi e assatanati, quelle belve feroci assetate di sangue, quegli eroi dalle magnifiche doti servivano a dimenticare che la vita non era un regalo e che la si doveva conservare ogni giorno a suon di volontà. «Perché l’unica cosa che ci rende davvero liberi è la volontà» diceva il nonno, il signor Jama Hussein, il padre di mia madre che non ho mai conosciuto.

La vita della mia famiglia è un lungo atto di volontà. Quando mamma mi raccontava le sue storie io, nata e cresciuta a Roma, tremavo come e più di una foglia. Ma non scappavo, perché volevo sempre arrivare alla fine. Vedere il cattivo punito e il buono in trono. Un mondo manicheo che mi rassicurava. Un mondo crudele, ma chiaro. E poi come ogni bambino che si rispetti ero un po’ sadica. No, non pensate male di me ora. Sono una donna dolce e sensibile, sono miele e zenzero, sono cannella e cardamomo. Sono zucchero di canna. Lo so che le parole appena pronunciate mi dipingono come una dhiigmiirad, una bevitrice di sangue umano. Ma nelle fiabe si sceglie un sistema di vita e di morte. Ci si lega al mondo ancestrale dei nostri antenati.

Quando in un’antologia delle medie ho letto la fiaba di Biancaneve ho capito che l’Europa e l’Africa hanno tanti punti in comune. Nella versione originale raccolta dai fratelli Grimm il finale è ben diverso da quello che tutti conoscono. La perfida matrigna viene invitata allo sposalizio. Ma è proprio alle nozze che la regina cattiva paga tutte le sue malefatte. «Sulla brace erano già pronte due pantofole di ferro: quando furono incandescenti gliele portarono, ed ella fu costretta a calzare le scarpe roventi e a ballarvi finché le si bruciarono miseramente i piedi e cadde a terra morta.» Giustizia era fatta! Grimilde al rogo! Al rogo!
Grimilde è come la determinata mangiauomini Aarawelo, Wil Wal sembra uscito dal mondo di Andersen.
Le nostre fiabe sono più vicine di quanto immaginiamo. E forse anche noi lo siamo. Roma e Mogadiscio, le mie due città, sono come gemelle siamesi separate alla nascita. L’una include l’altra e viceversa.
Almeno così è nel mio universo di senso.

L’ho capito un pomeriggio di quattro anni fa in una cucina incasinata di Barack Street a Manchester. Il Barack che dava il nome alla via non c’entrava con Obama. Obama quattro anni fa non era ancora nessuno, solo un piccolo senatore che sognava l’impossibile. Il Barack della via mi faceva pensare ad altre cose, quattro anni fa, soprattutto alla radice della parola araba «benedire». Ba-Ra-Kaf , tre lettere fortunate che formavano la parola benedetta. Sentivo che in quella cucina incasinata di Barack Street, di via della benedizione cioè, sarebbe successo qualcosa. Infatti qualcosa accadde. A descriverlo ora sembra un fatto quotidiano e in fondo banale. Ma con il senno di poi fu l’inizio di un percorso collettivo che nella storia familiare non ha uguali. Nura, mia cognata, aveva cucinato un pollo sontuoso.
Ecco l’inizio. Un banale pennuto starnazzante, per di più ammazzato, riempito di leccornie e spalmato di unguenti. Io odio il pollo. Lo mangio per abitudine, ma mi è sempre sembrato un piatto sopravvalutato. Non sa di niente, mi ricorda i corridoi degli ospedali o le file delle mense aziendali piene di frustrazioni. È nutrimento, non piacere. Così, quando Nura con il suo fare ilare aveva annunciato Maanta dooro macaan, oggi un buon pollo, io mi ero detta «Ecco, oggi non si mangia». E invece mi sbagliavo. Non so bene quale prodigio avesse compiuto Nura sul pollo, sta di fatto che non solo era buono, ma addirittura divino. Si scioglieva in bocca e ognuno di noi commensali ebbe per un microsecondo la visione paradisiaca del suo personale giardino dell’eden. Per un attimo la terra scomparve sotto i nostri piedi. Ed è dopo quel pollo che le storie si sono incontrate e abbracciate. Con le pance piene ci lasciammo andare ai ricordi della nostra vecchia terra, ormai lontana, ormai smarrita. E da lì un sentimento difficile da spiegare riempì la nostra anima. Non era malinconia, non era tristezza, non era gioia, non era pianto. Era qualcosa al confine di tutti questi impulsi. Chico Buarque, il poeta e cantante brasiliano, l’avrebbe definita sicuramente saudade. Che bella parola! Una parola intraducibile, ma così chiara, come può esserlo solamente il nostro nome in una sera di luna piena.
Una sorta di malinconia che si prova quando si è o si è stati molto felici, ma nell’allegria si insinua un sottile sapore di amaro. Ed è in questa saudade di esiliati dalla propria madre terra che ha uno dei suoi inizi questa storia. Dico uno dei suoi inizi perché non si inizia mai una volta sola nella vita. Mai da una parte sola.

Sheeko sheeko sheeko xariir…
Storia storia oh storia di seta…
Waxaa la yiri, waxaa isla socday laba nin, wiil yar iyo naag dhallinyaro ah, kooxdii waxay bilaaben in ay sawiraan khariidada magaaladooda.
Dicono che si trovavano insieme due uomini, un bambino e una donna giovane. Il gruppo cominciò a disegnare la propria città. Quel gruppo era formato da me, mio fratello Abdulcadir, suo figlioletto Mohamed Deq e il cugino O. Eravamo riuniti intorno a un tavolo di legno. Davanti a noi una tazza fumante di tè speziato. Intorno a noi i fili dei nostri viaggi e delle nostre nuove appartenenze. Facevamo parte della stessa famiglia, ma nessuno aveva avuto un percorso comune all’altro. In tasca ognuno di noi aveva una diversa cittadinanza occidentale. Nel cuore invece avevamo il dolore della stessa perdita. Piangevamo la Somalia persa per una guerra che stentavamo a capire. Una guerra cominciata nel 1991 e di cui nessuno intravvedeva la fine. Eravamo un po’ come quelle vecchie barzellette. Ci sono un inglese, un italiano, un finlandese e…

Mio fratello è l’inglese. Abdul dopo aver girato il mondo si è stabilito in Gran Bretagna dove si è sposato e dove è nato suo figlio. È cittadino di sua maestà e da un po’ di anni nutre simpatie per i laburisti. L’unica cosa che non sopporta della sua amata Albione è l’odore di fritto che emanano i fast food. Ogni volta che va a Piccadilly con il bus numero 36 si tappa il naso con le dita più forte che può. Ma il tanfo di olio fritto lo raggiunge lo stesso e lo stordisce. Per sbarcare il lunario fa come tutti i somali mille lavori. Il suo preferito è guidare il taxi. Preferito perché ama l’ignoto, ossia scarrozzare per la città gente sconosciuta senza sapere prima la meta: in fondo dentro di lui è sepolta un’anima nomade. Guidare lo rende mansueto come un agnellino. E poi è un business niente male, dice. Ogni fine settimana gli inglesi bianchi e anglicani (o atei) si ubriacano, ma poi prendono il taxi dove i tanti Abdul astemi musulmani sunniti assolvono con perizia il proprio dovere.

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