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  • martedì 28 Settembre 2010

La madre dell’assassino

Marco Imarisio sul Corriere della Sera racconta oggi il seguito – ancora tragico – della storia dell’omicidio di Teresa Buonocore a Napoli.

È passata una settimana da quando è successo, e poco tempo dalla soluzione di un delitto che sembra complicato solo a parole. Ma a Napoli c’è sempre una comunanza di destini, una circolarità che lega vicende umane distanti tra loro. Nulla è mai chiuso, nulla si chiude per sempre. Teresa Buonocore muore perché due anni fa aveva denunciato il vicino di casa. Si fidava di quella famiglia, i Perillo, gente che aveva studiato, geometri, medici e dottori. Poi aveva scoperto che sua figlia aveva subito abusi sessuali, consumati sul terrazzino dove ogni tanto i «signori» la invitavano a prendere il caffè e guardare i caseggiati di Portici dall’alto. Aveva denunciato. Aveva fatto di più, si era costituita parte civile, accettando di venire allo scoperto, di metterci la faccia. Lo scorso 9 giugno il vicino di casa era stato condannato a 15 anni di reclusione. Oggi sarebbe scattato il pagamento della provvisionale, quei 50.000 euro che il Tribunale aveva valutato cifra congrua a risarcire il danno morale e fisico subito dalla sua bambina.
L’hanno ammazzata prima, invece. E poco importa, adesso, se l’ordine sia arrivato dal carcere o dai familiari dell’uomo condannato per abusi sessuali, se il movente sia la vendetta oppure i soldi. Quattro colpi di pistola. Tre al torace, uno in faccia, come nei film. A sparare sono stati due amici dei Perillo, due ragazzi di 26 e 21 anni. Il più grande, Alberto Amendola, fa il tatuatore. Il secondo, Giuseppe Avolio, lavorava in una pescheria, viveva con la mamma, Flora Scognamiglio, forse vagheggiava di un padre mai conosciuto. Aveva due anni, quando glielo uccisero, agguato di camorra, regolamento di conti tra clan.

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