In Italia il premier fa produrre documenti falsi per inguaiare il suo alleato?

Le ipotesi sui giornali di oggi a proposito del "dossier Santa Lucia"

Il viceconsole italiano a Santa Lucia: "ho dei dubbi" sul documento pubblicato ieri

Lo scontro di ieri tra Futuro e Libertà e PdL sul documento circolato in mattinata che attribuirebbe al cognato di Gianfranco Fini l’acquisto a prezzo di favore di una casa appartenuta ad Alleanza Nazionale non è solo un momento significativo delle tensioni politiche nazionali. È anche l’introduzione nella convivenza politica italiana dell’esplicita accusa al Presidente del Consiglio di avere fatto fabbricare documenti falsi per mettere nei guai il suo principale avversario politico, che si dà paradossalmente il caso sia anche formalmente un suo stretto alleato.

Oggi quest’accusa è messa nero su bianco da molti giornali. Naturalmente dal Secolo, il cui direttore ha messo in fila una serie di domande sul “dossier Santa Lucia” anticipate ieri sera dal Post:

Prima che si possa riparlare di giustizia, di “scudi”, di tutela di chicchessia, qui è necessario avere risposte su alcuni fatti precisi. È vero, come ha scritto Libero che «c’è un rapporto personale tra l’ex primo ministro di Santa Lucia e Silvio Berlusconi» che «deve far tremare Fini»? È vero, come ha scritto il Giornale il 17 settembre scorso che sono stati inviati a Santa Lucia agenti dei servizi e della Guardia di Finanza, e chi li ha mandati? È vero che a Santa Lucia ci sono, e da tempo, inviati della testata di Paolo Berlusconi, il Giornale e del mondadoriano Panorama? È vero che la lettera di Rudolph Francis, con la dicitura «riservata e confidenziale» è stata fatta filtrare alla stampa estera attraverso un sito di Santo Domingo, località di residenza – guarda caso – di Luciano Gaucci?
Ed è solo una coincidenza che Gaucci sia la “mina vagante” della stagione dei talk show, indicato negli scorsi giorni come possibile ospite eccellente di Matrix, L’ultima parola e persino Quelli che i calcio? Cosa significa l’ambigua nota in coda alla lettera di Francis «le nostre indagini restano in corso in una prospettiva di una determinazione finale»? E ancora, come è immaginabile che il ministro di un paradiso fiscale giudichi «pubblicità negativa» la segretezza delle società off-shore, posto che essa è il principale motivo per cui il suo Paese sta in piedi? Dice niente a nessuno il fatto che l’attuale editore di El National, Ramon Baez Figueroa, sia anche proprietario di diverse reti televisive come Telecanal e Supercanal?
Ecco, prima di riparlare di politica bisognerà avere chiarimenti su tutto questo.

Ce n’è abbastanza? Oggi su Repubblica Giuseppe D’Avanzo riempie i vuoti con ipotesi suggestive che attribuisce genericamente a Fini e ai suoi.

Fini, nel pomeriggio di ieri, può dire ai suoi “ambasciatori” che quel che gli viene riferito, quel che gli viene mostrato, quel che ha accertato con indagini private non lascia spazio al dubbio. Gli uomini più esposti nell’aggressione riferiscono passo dopo passo del loro lavoro e delle loro mosse al Cavaliere. Che martedì, alla vigilia del titolo “Fini ha mentito, ecco le prove”, ha incontrato Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti, i “sicari” del Giornale, e ieri Amedeo Laboccetta, il parlamentare del Pdl, vecchio esponente napoletano di An, capace di «muovere le cose» nei Caraibi grazie all’influenza di Francesco Corallo. Altro nome chiave – Francesco Corallo – di questa storia. Figlio di Gaetano, detto Tanino, latitante catanese legato al boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola, Francesco Corallo è nei Caraibi «l’imperatore di Saint Maarten», dove gestisce con attività collegate a Santo Domingo alberghi, un giornale, quattro casinò con l’Atlantis World, multinazionale off-shore, partner dei nostri Monopoli di Stato nel business (complessivamente 4 miliardi di euro) delle slot machines ufficiali. Le mani che s’intravedono nella “macchina del fango” che muove contro Fini da mesi sono di Berlusconi, Feltri, Angelucci (editore di Libero), Laboccetta (Corallo), dicono senza cautela gli uomini del presidente della Camera.

D’Avanzo cita le domande poste da Perina e immagina i ragionamenti di Gianfranco Fini su quello che è successo ieri.

Indagini private gli hanno confermato che Giancarlo Tulliani non è il proprietario dell’appartamento di Montecarlo. Sospiro di sollievo: il giovane cognato avrebbe sempre potuto mentirgli ostinatamente, e fino ad oggi. Con la certezza dell’estraneità di Tulliani, Fini ha potuto sistemare meglio le altre tessere del mosaico. Si è chiesto: ma è ragionevole che un’isola (Santa Lucia) che vive con la leva della sua legislazione offshore si dia da fare per svelare i nomi dei proprietari di una società registrata in quel paradiso fiscale? Un non-sense. Epperò perché il ministro di Giustizia scrive che è Tulliani il proprietario delle sue società sospette? Ma è vero che questo ha scritto quel ministro? E’ autentica quella lettera o su carta intestata (autentica) è stata sovrapposto un testo apocrifo?
La lettera se la sono rigirata a lungo tra le mani, ieri, Giulia Bongiorno e Italo Bocchino e hanno concluso che o la lettera è del tutto falsa o, anche se non lo è, non aggiunge nulla di nuovo a quel che si sa perché conferma che, secondo fonti monegasche, Giancarlo Tulliani è il «beneficiario dell’appartamento» che potrebbe voler dire soltanto che Tulliani è – bella scoperta, a questo punto – l’affittuario dell´immobile.

Quindi nella sua pagina su Repubblica D’Avanzo ricostruisce una spiegazione del percorso della “patacca” che accusa di fatto Gianfranco Fini, attribuendola a “indagini” compiute per suo conto.

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