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  • venerdì 17 settembre 2010

Qualche numero sui rom

Il Secolo mette un po' d'ordine nel confuso dibattito sulla minoranza rom in Italia e nel poco che ne sappiamo

Sarebbero in tutto 140 mila, di cui almeno la metà in possesso della cittadinanza italiana

In Italia si sta ricominciando a parlare dei rom, di riflesso: a causa di quello che sta accadendo in Francia e del sostegno dato alle azioni del presidente Sarkozy da Silvio Berlusconi. E se ne riparla sempre con una certa dose di approssimazione, vista la storica diffidenza nei confronti di questa minoranza e la mancanza di dati precisi sulla loro presenza in Italia. Oggi il Secolo cerca di fare un po’ d’ordine per capire di cosa stiamo parlando, approfittando dei dati di una recente ricerca su quattro regioni: le stime più attendibili parlano di una cifra intorno ai 140 mila rom presenti nel nostro Paese, di cui almeno la metà in possesso della cittadinanza italiana.

Secondo alcune stime, le popolazioni rom di antico insediamento sedentarizzate nelle regioni del Centro-Sud ammontano a circa 30mila unità e altrettanti sono i sinti residenti nell’Italia Centro-Settentrionale. Dopo la prima guerra mondiale sono giunti dall’Europa orientale circa settemila rom, mentre un terzo gruppo ben più consistente di circa 40mila rom è arrivato in Italia negli anni ’60 e ’70. Infine, a seguito del crollo dei regimi comunisti nell’Europa dell’Est e alla guerra nell’ex-Jugoslavia, dal 1992 al 2000 in Italia si calcola ne siano arrivati circa 16mila.

Quindi esiste una comunità rom molto forte all’interno dei cittadini italiani, benché in questo momento il nostro ordinamento – che prevede già norme sulle minoranze etnico-linguistiche, in ossequio a quanto stabilito dall’articolo 6 della Costituzione – non disciplini in alcun modo l’inclusione e il riconoscimento di queste popolazioni. Il vuoto legislativo nazionale è stato parzialmente colmato dalle attività delle regioni, sebbene ovviamente in modo del tutto non omogeneo. Da qui nascono i cosiddetti “campi nomadi” e le norme che li regolano.

La nascita dei «campi nomadi» risale alla fine degli anni Ottanta, quando, sotto la spinta dell’emergenza causata dagli ingenti flussi migratori provenienti dall’ex Jugoslavia, le regioni decisero di realizzare programmi di intervento nel settore della tutela di queste minoranze. Attualmente, metà delle regioni italiane e la provincia autonoma di Trento si sono dotate di leggi specifiche per la loro protezione; queste leggi prescrivono che gli insediamenti debbano essere dislocati in aree metropolitane non degradate dotate di infrastrutture, elettricità, servizi igienici, acqua potabile, fognature e raccolta dei rifiuti, con facile accesso ai servizi socio-sanitari e alle scuole. Secondo la ricerca tali prescrizioni sono lungi dall’essere rispettate anche nei cosiddetti «campi autorizzati».

Il Secolo racconta quindi che nelle quattro regioni prese in considerazione dalla ricerca ci sono 98 insediamenti, per lo più campi non autorizzati, senza acqua e luce.

In questo scenario si discostano poche realtà insediative in cui le comunità vivono in abitazioni in muratura: nella città di Cosenza risiede da anni una comunità di zingari italiani alloggiati in case popolari; allo stesso modo nel comune di Paduli (Benevento); a Lecce c’è un insediamento di rom montenegrini che hanno preso degli appartamenti in affitto; nella città di Catania un gruppo di rom ha trovato sistemazione in case in affitto, anche se fatiscenti. La Campania è la regione con il più alto numero di insediamenti (31).

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