• Cultura
  • venerdì 10 Settembre 2010

Mostra di Venezia, il direttore Müller non ne può più dei giornalisti

Troppi "rapporti incestuosi" tra i critici della carta stampata e il Festival di Roma: e dopo l'anno prossimo lascia

di Antonio Doinelli

All’insaputa di gran parte della stampa ufficiale ieri mattina si è svolto al primo piano del palazzo del cinema, nell’ufficio di Marco Müller, un incontro tra il direttore della Mostra del cinema di Venezia e un pool di giornalisti di testate online e blog. L’incontro doveva essere una chiacchierata ma è diventato uno sfogo.

Alla piccola delegazione di giornalisti della rete Marco Müller ha innanzitutto dato l’annuncio che era nell’aria da tempo: “Dal 2011, con la fine del mio secondo mandato, lascio la direzione del festival, voglio tornare a produrre. Sono abituato a finire le cose che inizio, ho finito il mio ciclo qui e voglio finire anche altre cose lasciate in sospeso come produttore”.

La motivazione ufficiale dunque è la fine del secondo mandato ma Müller non nasconde anche un certo disappunto per lo stato delle cose: “Siamo ad una situazione veramente incestuosa, proprio di matrimoni incestuosi. Come è possibile che la linea redazionale dell’Ansa Cinema contribuisca ad orientarla una persona che prima lavorava al Festival di Roma, ora lavora qui alle Giornate degli autori e da sempre vorrebbe dirigere questo festival?” non fa nomi il direttore, ma il ritratto sembra corrispondere a quello di Giorgio Gosetti. “E non solo, sapete pure quanti collaboratori di quotidiani scrivono sulla rivista della direttrice del festival di Roma!” ancora un riferimento senza nomi ma evidente: la direttrice del festival di Roma, Piera Detassis, è anche a capo di Ciak, la principale rivista di cinema in Italia sulla quale scrivono (di festival concorrenti o dello stesso festival di Roma) giornalisti come Paolo Mereghetti del Corriere della Sera.

Il discorso, visto il tipo di uditorio, si sposta in fretta sul terreno di come la presenza sempre crescente alle edizioni degli ultimi 8 anni della stampa online e dei blogger abbia mutato il festival stesso. Muta l’uditorio e quindi l’offerta, Müller ne è convinto. Ed è anche convinto che sezioni più autoriali che molto gli sono a cuore, come ad esempio Orizzonti, ormai possano trovare spazio solo in rete: “Quello che mi spaventa è che se leggo su siti e blog vedo che Orizzonti piace ma poi guardo i quotidiani e rimango sbalordito. Dovremmo fare la Mostra solo nei momenti in cui i capipagina dei giornali cartacei sono addormentati, per evitare che siano poi uccisi i film più interessanti“. La questione è chiara, secondo Müller un pubblico e una stampa di nicchia coprono meglio e più diffusamente un festival grande che trova la sua ragion d’essere soprattutto nelle scoperte di registi meno noti. Per dimostrarlo Müller si lancia in un esempio: “Ma come si fa a non interessarsi al film di Sion Sono? È il nuovo Imamura!” (il film in questione è Cold Fish). “Come si può scegliere di ignorarlo?” poi quasi con una punta di ingenuità aggiunge: “Un giornalista che è un’autorità una volta mi ha detto che non poteva chiedere mezza pagina per un film etiope! Ma come è possibile?“.

Nella visione del direttore il nuovo pubblico del festival, quello destinato a cambiarne le regole, è frenato molto dalle paure dei distributori: “Una delle modifiche che siamo stati costretti a fare nel 2006 su richiesta pressante di molti distributori è stata di, cito, ‘non buttare i film in pasto ai recensori giovani’. Ci vuole la proiezione in sala Perla prima di quella al Palagalileo [intende prima quella per la stampa di carta e poi le altre, ndr], però poi arriviamo a situazioni aberranti per le quali gente come Paolo Mereghetti del Corriere della Sera o Goffredo Fofi fischiavano i film di Werner Herzog [il riferimento è ad un noto episodio dell’anno scorso], allora com’è? Voi non potete esprimere le vostre opinioni e loro sì? E perchè dobbiamo arrivare a queste situazioni?”.

La soluzione però sembra dietro l’angolo: “Io ci penso molto ad annullare queste modifiche perchè così potrei alleggerire molto la situazione dando ad Orizzonti una sala dedicata, la Perla, e magari usarne una piccola come la Pasinetti come sostegno per chi deve vedere subito il film per fare poi le interviste”. Ma riuscirà a farlo prima della fine del suo mandato? “Io non mi sono inventato nulla, ho solo guardato quello che hanno fatto altri direttori prima di me. Chiunque arriverà dopo di me di sicuro consulterà le mie esperienze e quella di questi due mandati”.

A preoccupare Müller poi è anche la copertura delle agenzie di stampa: “Non c’è nessuna valanga di film italiani! Ne abbiamo qualcuno di importante e la fortunata esperienza di Controcampo Italiano [sezione a parte dedicata al cinema italiano] ma per il resto ci sono solo molti mediometraggi e cortometraggi più alcuni prodotti particolari fuori concorso [i documentari di Salvatores e Tornatore]. Una volta un’agenzia di stampa l’ha scritto, mentendo, e tutti subito dietro a ripeterlo e ripeterlo!“.

Stampa a parte, un tema forte della discussione è stato anche quello del Video on demand, ovvero la possibilità di vedere online in streaming e gratuitamente quei film che, passati al festival, non trovino una distribuzione che per andare in sala: “Sono due anni che parlo con le principali piattaforme on demand europee come Festival Scope e Projector.tv per realizzare una sinergia. Addirittura con MUBI (prima noto come The Auteurs) volevamo fare un polo Cannes, Venezia e Berlino che fanno in modo che 6 mesi dopo il festival si possa facilitare lo streaming dei film senza distribuzione, così da creare un circuito europeo di diffusione. Tutto però arenato perchè Cannes non vuole. Per loro tutto il cinema si deve vedere nel loro festival in quei giorni e basta. E quindi è tutto fermo!”.

Caduta l’idea del polo quindi sembra che ora il Festival stia facendo un accordo con Rai Trade per portare online qualche titolo italiano con poca diffusione, l’idea però rimane sempre di avere un sito per poter esistere come piattaforma autonoma: “Gli unici a darci un riscontro sono stati quelli di Cult [la rete satellitare] che è un’ottima avanguardia di massa, ma il costo di una visione è la vera chiave di volta”.