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  • giovedì 9 settembre 2010

Il pacco di Libero era un pacco

Per il Secolo le migliaia di firme raccolte dal giornale contro Fini sono poco convincenti

Domenica, alla vigilia del discorso di Fini a Mirabello, un giornalista di Libero (o due?) aveva consegnato al parlamentare di Futuro e Libertà Enzo Raisi le firme raccolte dal suo giornale dei lettori che avevano aderito alla richiesta di dimissioni di Gianfranco Fini. L’informale cerimonia di consegna era avvenuta fuori dal ristorante dove Fini era a pranzo con alcuni parlamentari, e le agenzie avevano parlato genericamente di “firme” o di “alcuni scatoloni”.

Al Secolo però oggi mettono in dubbio la concretezza delle asserzioni di Libero sulla quantità di lettori che avrebbero effettivamente aderito alla campagna contro Fini. Un articolo di Luca Maurelli racconta l’apertura dello scatolone, uno.


Colti da un raptus di curiosità, abbiamo aperto lo scatolone con le firme raccolte da Libero a sostegno della richiesta di dimissioni del presidente della Camera Gianfranco Fini. E le sorprese non sono mancate. La leggerezza del pacco ci aveva insospettiti. In effetti all’interno della scatola non abbiamo trovato le migliaia di schede annunciate da quotidiano di Belpietro. Occhio e croce i coupon sono qualche centinaio. Ecco spiegato il primo mistero: ieri il vicedirettore Franco Bechis aveva sollecitato una risposta all’onorevole Raisi, che a Mirabello aveva preso in consegna lo scatolone per conto di Fini. «Che possano verificare il numero è un po’ improbabile poiché le firme contenute nella scatola erano una minima parte di quelle raccolte…», scriveva Bechis.

Maurelli parte dalla constatazione della realtà per avviare una riflessione – che sarebbe matura – sull’inflazione della “raccolta di firme” e sulla sua perdita di efficacia politica e statistica (che segue quella dei “sondaggi”).

L’excusatio non petita del vicedirettore inaugura di fatto la prima raccolta di firme “a campione”: io annuncio che mi sono arrivate migliaia di firme ma te ne mostro solo una minima parte, sul resto, si va a fiducia. Ma l’iniziativa di Libero ricorda molto anche il famoso metodo napoletano del “pacco” della Duchesca. Si mostra un oggetto da vendere poi si scambia lo scatolone con un altro contenente un mattoncino. Nello scatolone c’è in effetti un po’ di tutto, ma di firme verificabili – magari con indirizzo, per non parlare di un documento – quasi nessuna. Per la stragrande maggioranza le schede portano nomi a stampatello (Libero chiedeva sottoscrizioni leggibili, forse i lettori hanno esagerato…) e quasi nessuna è seguita dall’indicazione della città d’origine. Qualche soddisfazione in più la regalano i fax, da cui si può provare a leggere il numero di utenza sbiadito. Tranne rare eccezioni oltre ai coupon non c’è uno straccio di busta, di francobollo, di timbro. A parte gli ammirevoli anti-finiani di Comacchio, San Giovanni Bianco e Abbiategrasso, di cui siamo in grado di confermare l’esistenza in vita, sulla base dei documenti allegati, sul resto non c’è certezza. Sappiamo solo che qualcuno ha messo dei nomi su dei ritagli di giornale. Un po’ poco per far dimettere una carica istituzionale. Nel caso qualcuno pensasse di spedirle al Colle, si ricordasse di mettere sullo scatolone almeno il mittente, da quelle parti gradiscono.

Si attendono le reazioni di Libero: “Il Secolo calpesta e offende i lettori di Libero e la volontà popolare”

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