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  • giovedì 9 Settembre 2010

Perché ce l’hanno con Blair?

Ha dovuto cancellare due eventi previsti per il lancio del suo libro a causa delle proteste

Lo accusano di non avere risposto ad alcune delle domande più cruciali lasciate in sospeso dal suo mandato

Dopo aver cancellato l’incontro con il pubblico presso la libreria Waterstone di Londra, ieri Tony Blair ha cancellato anche il party privato che si sarebbe dovuto tenere alla Tate Modern Gallery per il lancio del suo libro, “A Journey”. La decisione arriva dopo gli episodi di Dublino dello scorso sabato, quando durante una presentazione pubblica un gruppo di manifestanti ha iniziato a lanciare uova e scarpe contro la libreria che ospitava l’evento. La polizia è intervenuta arrestando alcune persone.

L’uscita del libro ha coalizzato contro Blair la rabbia degli oppositori alla guerra in Iraq, guidati dal movimento Stop the War Coalition, che lo accusano di essersi schierato supinamente a fianco di George Bush inviando a combattere le truppe britanniche. Kat Phillips, tra gli organizzatori della minacciata protesta che ha convinto Blair a cancellare l’evento di ieri sera, ha detto di considerare «disgustoso che un’istituzione che è il cuore della cultura britannica come la Tate abbia dato il permesso per ospitare una cosa del genere: Blair dice che si prende la responsabilità di avere distrutto l’Iraq, ma nei fatti non fa altro che celebrare la guerra».

La storia del movimento britannico contro la guerra in Iraq è vasta e frastagliata: ha a che fare con alcune tra le più grandi manifestazioni di piazza della recente storia del Regno Unito, e ha avuto allo stesso tempo un’incidenza elettorale minima sulla politica britannica. Ha avuto la capacità di raccogliere il malcontento della parte del partito laburista meno convinta dalla svolta del New Labour e indebolire Blair in alcuni momenti cruciali del suo mandato governativo, e lo ha fatto con la forza e la virulenza tipiche delle critiche che si rivolgono non tanto al nemico quanto al traditore. Questo tratto rende ulteriormente divisiva la figura di Blair: la sinistra – più quella europea che quella britannica, a dire il vero – si divide tra chi lo vede come un innovatore geniale e chi come un traditore spregevole. Ed è un’anomalia è testimoniata da due fenomeni, tra gli altri: il fatto che il dibattito sulla figura di Blair ruoti ormai esclusivamente sulla guerra in Iraq, quando i dieci anni di governo laburista sono pieni di fatti ed elementi che meriterebbero valutazioni obiettive e approfondite; e il fatto che l’intensità delle critiche e delle contestazioni ricevute da Blair in questi anni non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella ricevuta dagli altri politici britannici che condivisero quella scelta al pari del governo laburista, tra cui gli stessi conservatori di David Cameron.

Nell’autobiografia l’ex primo ministro britannico di dice affranto e “disperatamente dispiaciuto” per le vittime ma non compie alcuna autocritica sulla guerra in Iraq, e d’altra parte nessuno se la aspettava: Blair ha sempre difeso la bontà della sua scelta, non solo davanti alla stampa ma recentemente anche davanti alla commissione d’inchiesta del parlamento britannico che sta indagando sulle ragioni che portarono l’allora governo Blair a prendere la decisione di partecipare all’azione militare. Ieri il suo portavoce ha comunicato la decisione di sospendere l’evento della Tate dicendo che Blair ha preferito evitare che i suoi ospiti potessero essere coinvolti in una situazione spiacevole a causa delle proteste. Blair a sua volta aveva spiegato così nel suo sito la decisione di cancellare la presentazione pubblica alla Waterstone:

Sono stato davvero felice di incontrare i miei lettori a Dublino ed ero ansioso di ripetere questa esperienza a Londra. Tuttavia ho deciso di rinunciare all’appuntamento per autografare copie del mio libro perché non voglio che il pubblico venga infastidito dall’inevitabile disturbo arrecato dai contestatori. So che la polizia di Londra, come sempre, avrebbe fatto un ottimo lavoro tenendo sotto controllo i disordini, ma non voglio che le forze di polizia si sobbarchino una fatica extra solo per la presentazione di un libro. Sono profondamente dispiaciuto per coloro – la maggioranza, come al solito – che sarebbero voluti venire a farsi autografare il libro da me. Spero che comprendano.

Le critiche però non sembrano avere fermato in alcun modo le vendite. In Gran Bretagna, A Journey ha venduto più di 92mila copie in meno di una settimana e negli Stati Uniti ne sono già state ristampate altre 25mila dopo l’esaurimento delle prime 50mila. «Non tutti lo odiano», spiega Andrew Rawnsley, giornalista politico britannico «alcune persone lo odiano, molte altre lo ammirano e la maggior parte ha un’opinione abbastanza controversa, ma ne è comunque affascinata».