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  • martedì 7 Settembre 2010

Come si mangia al fronte

Un inviato di guerra del New York Times racconta il contenuto delle razioni, e cosa ne fanno i soldati

Sulle razioni e sul cibo dei soldati sono circolate negli anni le storie peggiori, spesso giustificate da epoche in cui le difficoltà nei trasporti e le limitate risorse economiche portavano a un trattamento delle truppe meno che decenti da parte dei governi. Oggi le cose sono cambiate, e da tempo gli eserciti – soprattutto quelli della NATO e dell’ONU, ovviamente – sono nutriti dignitosamente anche quando si trovano dall’altra parte del mondo.

C’è una bella differenza però tra un buon pasto e un pasto dignitoso, e l’argomento è affrontato oggi da un inviato del New York Times che ha passato diverso tempo al seguito del contingente NATO in Afghanistan e in Iraq. Innanzitutto è bene sapere che i soldati non mangiano tutti le stesse cose: non esiste una razione NATO. Ogni nazione pensa all’alimentazione delle proprie truppe e lo fa per conto suo, cercando una mediazione tra l’efficacia funzionale di un pasto che deve poter essere consumato in qualsiasi condizione, senza essere cucinato, e il tentativo di far sentire i soldati un po’ più vicini a casa.

Questo fa sì che alcune razioni siano migliori o più buone di altre, e tra i soldati c’è una sorta di mercato e baratto. Il New York Times pubblica una bella infografica che mostra il contenuto delle razioni dei vari paesi che hanno soldati in Afghanistan, e scrive che all’inizio della guerra in Afghanistan le razioni americane erano così scadenti che ce ne volevano cinque per averne in cambio una francese, contenente fagioli in scatola, patè di cervo e torrone. Oggi le razioni statunitense sono più ricche: hamburger, chili, burro di arachidi, caramelle.

Ogni anno, decine di milioni di dollari vengono spesi dalle 47 nazioni che hanno soldati in Afghanistan per capire come mandare al fronte il maggior numero possibile di calorie e nutrimento nello spazio più piccolo e nel peso più leggero. Gli australiani ricevono una strana crema spalmabile a base di lievito che si chiama Vegemite. Ai tedeschi arrivano dei liverwurst, grosse salsicce, mentre ai britannici del curry. Gli italiani oltre al cibo ricevono anche tre spazzolini da denti usa e getta al giorno. Gli americani ricevono la pound cake [la torta fatta con quattro ingredienti, mezzo chilo per ciascuno, ndr]: gira voce che faccia andare di meno in bagno.

Questa sulla torta non è che una delle tante superstizioni dei soldati. Mangiare le caramelle Charms porta sfiga, dicono. Vanno forte gli M&M’s con le noccioline, invece, che sono una popolarissima merce di scambio: se vuoi cambiare turno di guardia con un collega, accompagnare la tua richiesta con un pacchetto di M&M’s può rendere più facile la trattativa.

I soldati sono soliti mescolare tra loro i cibi che compongono la razione. Dai tempi della guerra in Vietnam i ranger mettono insieme una cosa che chiamano Ranger Pudding: acqua, cacao in polvere, caffè solubile, cioccolato fuso, zucchero, crema di caffè e Tootsie Roll, una specie di caramella mou. Il “Combat Espresso” è ancora peggio: la crema di caffè, il caffè in polvere e lo zucchero devono essere messi direttamente in bocca, e poi mandati giù con un sorso d’acqua. A parte il folklore, però, il valore di un pasto durante la guerra va oltre quello del mero nutrirsi.

Nel 2004 ho passato due settimane con le truppe a Falluja. Durante la battaglia, mangiare è probabilmente la cosa migliore che si possa fare durante la giornata. Quando un soldato si siede e mangia, non gli stanno sparando addosso, non stanno morendo i suoi amici. È praticamente un rito: il solo gesto di prendere la razione e aprirla dice che sei ancora vivo e al sicuro, seppure soltanto per un po’. Ho incontrato un sacco di soldati: per molti di loro mangiare era l’unica cosa che non vedevano l’ora di fare.