• Cultura
  • giovedì 2 Settembre 2010

Lo chiamano Machete

Da finto trailer, Machete è diventato simbolo delle proteste contro la legge dell'immigrazione in Arizona

Il nostro inviato a Venezia racconta l'incredibile folla davanti ai cinema del Festival

di Gabriele Niola

La notizia è che Machete è stato acquistato per l’Italia. La novità è arrivata durante la giornata di proiezione veneziana, annunciata dalla stessa Lucky Red che distribuirà il film sotto la sua divisione KeyFilms. La data dell’uscita chiaramente è ancora ignota.

Del resto non poteva che essere un acquisto immediato il nuovo film di Robert Rodriguez (il primo con Danny Trejo come protagonista, dopo che il regista lo ha voluto come comparsa o coportagonista in ognuna delle sue pellicole), vista l’incredibile folla alle proiezioni veneziane. Tre spettacoli (compreso uno, affollatissimo, a mezzanotte) non sono bastati perchè tutti vedessero un film che viene alla mostra lagunare ostentando disprezzo per lo snobbismo autoriale. Come è noto infatti Machete è una pellicola fieramente di serie B che fa tutto quanto è in proprio potere per regalare intrattenimento di genere e il cui spunto viene da uno dei finti trailer (appositamente paradossali) inseriti in Grindhouse. Capita però che anche i tentativi più disimpegnati spesso consentano di leggere in controluce situazioni più complesse.

La trama è quanto di più classico si possa immaginare: Machete (Danny Trejo) è un ex agente federale messicano ora diventato mercenario. Assoldato per uccidere il senatore MacLaughlin (Robert De Niro), colpevole di rimandare sommariamente in patria gli immigrati messicani, scoprirà solo quando è troppo tardi di essere vittima di un raggiro dello stesso senatore, interessato a gettare cattiva luce sui messicani dimostrando che lo volevano morto. Il resto del film è Machete che va a riprendere ad uno ad uno quelli che lo hanno fregato per vendicarsi con una creatività degna di miglior causa.
Che altro dire se non che interagiranno con lui personaggi interpretati da Jessica Alba, Steven Seagal, Lindsay Lohan, Michelle Rodriguez e Cheech Marin?

L’argomento come si capisce presta molto il fianco a quello che, stando a Rodriguez «è il problema degli ultimi 20 anni» ovvero la politica nei riguardi dell’immigrazione messicana in America. Il regista ci ha infatti tenuto in conferenza stampa a precisare quanto poco si sia fatto e quanto per i messicani questa sia una piaga. La cosa divertente è che quest’affermazione era contenuta in un più grande discorso in cui auspicava che il suo film e la figura di Danny Trejo dessero vita ad un mexican-exploitation, cioè uno sfruttamento dello stereotipo messicano (che sarebbe Machete suppongo) ai fini di fiml popolari e di rapido consumo.

Di certo c’è solo che Danny Trejo, e chi frequenta questo tipo di cinema lo sa da tempo, è una delle figure che meglio incarnano la visione tarantino-rodriguesca del cinema (e quindi una visione che guarda al modo di fare cinema degli anni ’60 e ’70): uno con una faccia da delinquente senza pari che già Andrei Konchalovsky notò ai tempi di A 30 secondi dalla fine, facendolo passare (al suo film d’esordio) da generico a comprimario. Ora dopo anni di vita da attore caratterista (che comunque sono la seconda parte della sua esistenza, la prima è stata in carcere, non si sa per quanto nè perchè e io non ho avuto il coraggio di chiederlo) diventa protagonista e lo sarà di nuovo in un altro film dal titolo emblematico: Vengeance.

Tutto questo però non deve stupire. La presenza al Lido, sebbene fuori concorso, di un film simile (uno cioè che unisce Robert De Niro e Steven Seagal) è uno dei segni di come da tempo le cose stiano cambiando nel mondo del giornalismo cinematografico e quindi delle sua manifestazioni. Tanto che lo ha riconosciuto, in un articolo di pochi giorni fa, anche un decano della vecchia guardia come Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera:

È la forza del festival il suo pubblico, perché ne forma l’ identità e trasforma un inerte elenco di titoli in uno spettacolo vivo e palpitante. Ma ne può diventare anche l’ involontario «carceriere» perché finisce per indirizzare (se non a volte per imprigionare) scelte e programmi in una direzione invece che un’ altra […] Nel cinema, e soprattutto a Venezia, il pubblico degli addetti ai lavori è cresciuto in maniera esponenziale nelle ultime edizioni, in diretto rapporto con l’ esplosione di siti e blog che hanno moltiplicato aficionados ed esperti. E sono loro che spesso influenzano il pubblico comune, con gli applausi o i buuu! che si sentono dopo le anteprime […] fin d’ ora posso dire che un pubblico vivo e vivace è una componente di cui nessuno dovrebbe fare a meno.