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  • giovedì 12 Agosto 2010

I cinque detenuti più potenti al mondo

I ritratti delle cinque persone più influenti del mondo nonostante la prigionia

di Giovanni Fontana

Foreign Policy li definisce i più potenti. Forse – proprio per la loro condizione di detenuti – alcuni di loro non possono essere considerati propriamente tali, ma è fuor di dubbio che le loro figure abbiano una notevole influenza sulle sorti dei Paesi in cui sono incarcerati, e talvolta anche all’estero. Dissidenti, prigionieri politici, terroristi, criminali, o un misto di tutto questo, si tratta dei cinque detenuti più importanti al mondo.

«Usate la vostra libertà per promuovere la nostra»
a Emma Bonino, nel 1996

AUNG SAN SUU KYI

Birmana, 55 anni, agli arresti dal 1990, è probabilmente la più importante dissidente al mondo dai tempi della detenzione di Nelson Mandela. Premio Nobel per la pace nel 1991, le sono permesse poche e vigilatissime uscite, per questo la si vede molto raramente in pubblico. Come segno di rispetto è detta la Dama.

Figlia di un generale del Partito Comunista Birmano, la sua famiglia è sempre stata al centro delle vicende politiche del proprio Paese. Da giovane studiò a New Delhi e poi a in Inghilterra, per poi cominciare a lavorare alle Nazioni Unite.

Ritornata in Birmania nel 1988, proprio nel mezzo delle grandi manifestazioni studentesche di protesta di quell’anno, fondò la Lega Nazionale per la Democrazia in risposta alla presa di potere di una nuova giunta militare. Fu arrestata per la prima volta nel 1989 con l’accusa di costituire un «pericolo per lo stato».

Quando l’anno dopo i capi della giunta decisero di concedere libere elezioni per sancire la propria ascesa al governo, il suo partito ottenne una schiacciante vittoria con più dell’ottanta percento dei voti nonostante la sua assenza. I militari annullarono i risultati.

Negli anni che seguirono, Aung San Suu Kyi è stata più volte messa in semi-libertà, per essere però sempre ri-arrestata. Privata di quasi ogni forma di comunicazione con l’esterno, dal 2003 si trova agli arresti domiciliari, dopo che il suo mandato d’arresto è stato esteso per la terza volta: fattispecie contraria sia alle leggi birmane che a quelle internazionali.

Influenzata dal pensiero di Gandhi, si è sempre fatta promotrice del principio della nonviolenza come cardine di ogni movimento di dissenso. In conseguenza di questo atteggiamento le fu conferito, nel ’91, il Nobel per la pace come riconoscimento della “sua lotta nonviolenta per la democrazia e i diritti umani”. Ha usato il premio in denaro assegnatole dall’accademia norvegese per istituire una fondazione che vuole contribuire a incentivare l’educazione e la sanità dei giovani birmani.

Dagli arresti domiciliari a cui è costretta ha continuato a essere il punto di riferimento dell’opposizione alla dittatura. Nell’ultimo periodo le sue aperture alla giunta militare hanno fruttato solamente l’umiliazione di vedersi rifiutate le più elementari concessioni, cosa che ha portato alcuni dei suoi sostenitori a chiederle di ripensare l’intero contegno della propria protesta.

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