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  • mercoledì 11 Agosto 2010

Storie dal braccio della morte

James Fisher, condannato per gli sbagli dei suoi avvocati, è stato liberato dopo ventisei anni

Per tornare libero ha dovuto patteggiare e dichiararsi colpevole di omicidio

di Elena Favilli

Quando fu condannato a morte per la prima volta, James Fisher aveva vent’anni. La sua storia fino a quel momento era stata simile a quella di altri ragazzi americani poco fortunati. Abbandonato da bambino, affidato a qualche parente, rispedito da un padre violento, dimenticato in un orfanotrofio di New York. Arrivò ad Oklahoma City che aveva poco più di sedici anni. Lì, il 12 dicembre del 1982, un uomo bianco di nome Terry Neal fu ucciso nel suo appartamento con il vetro di una bottiglia. Dell’omicidio fu accusato un ragazzo, che da quelle parti era molto conosciuto perché viveva per strada. Ma poi l’accusa improvvisamente cambiò. E James Fisher divenne l’imputato numero uno. L’altro ragazzo aveva detto alla polizia che lui non c’entrava niente, che era stato Fisher a uccidere quell’uomo. Terry Neal li aveva rimorchiati per strada e li aveva portati nel suo appartamento per fare sesso, ma poi qualcosa era andato storto.

L’incredibile storia del processo contro James Fisher  – e della sua lotta per la libertà durata ventisei anni – è raccontata oggi sulle pagine del New York Times. Fisher, di origine afro-americana, fu arrestato nello stato di New York e rispedito in Oklahoma, dove fu accusato di omicidio di primo grado. Si dichiarò innocente. Ma il suo avvocato non lo aiutò per niente: E. Melvin Porter, sostenitore dei diritti civili e primo afro-americano eletto al Senato nello stato di Oklahoma, più tardi spiegò che all’epoca aveva una vera e propria repulsione per gli omosessuali, che li considerava tra gli esseri più spregevoli al mondo e che Fisher era un cliente ostile.

Una nota scritta da una Corte Federale durante uno dei processi d’appello scrisse che “l’avvocato Porter sembrava non volere o non essere capace di portare alla luce le lacune dell’accusa, ma che invece fu particolarmente solerte nel mettere in dubbio la testimonianza del suo assistito”. Espresse dubbi e ostilità nei confronti del suo cliente e non riuscì neanche a presentare un’arringa finale con cui difenderlo, nonostante le accuse non fossero difficilmente contestabili. Quando arrivò il momento di chiedere la grazia ai giudici – di fronte alla possibilità di una condanna a morte – Porter pronunciò solo nove parole: quattro erano parole di circostanza, con le altre cinque formulò una debole obiezione all’arringa conclusiva dell’accusa. James Fisher, vent’anni, fu condannato a morte.

Gli anni passarono e i ricorsi in appello continuavano ad essere negati. James Fisher stava 23 ore al giorno nella sua cella nel braccio della morte e spesso veniva relegato in una cella speciale d’isolamento. Intanto i suoi problemi psicologici aumentavano e il suo comportamento iniziò a diventare sempre più autolesionista. Solo dopo diciannove anni una Corte d’Appello Federale ribaltò la sentenza sulla base di “ineffective assistance of counsel”: assistenza legale inefficace. Nel 2005 fu processato per la seconda volta, ma solo per rivivere lo stesso incubo. Questa volta fu il turno dell’avvocato Johnny Albert, che in seguito confessò che ai tempi del processo abusava di alcool e cocaina e che quindi trascurava molto i casi che stava seguendo. Una volta litigò così violentemente con Fisher che arrivò a minacciarlo, al punto che Fisher si rifiutò di presentarsi in aula.

Secondo quanto appurato in seguito, l’avvocato Albert ignorò del tutto i documenti che potevano sostenere la linea difensiva di Fisher. Non riuscì nemmeno a ottenere che durante il processo fosse ascoltato il testimone chiave dell’accusa, quel ragazzo che viveva per le strade di Oklahoma City e che per primo era stato accusato di quell’omicidio. Quel ragazzo che nel frattempo era diventato un uomo con una fedina penale da criminale. James Fisher fu di nuovo condannato a morte. Ma questa volta passò solo un anno prima che la Corte d’Appello Federale dell’Oklahoma ribaltasse di nuovo la sentenza.

Solo allora Fisher è riuscito finalmente ad avere un avvocato – Perry Hudson – che lo ha aiutato davvero e che dopo 26 anni lo ha fatto uscire di prigione. Per tornare libero, ha dovuto patteggiare e dichiararsi colpevole per omicidio di primo grado. Ha anche dovuto giurare che non rimetterà mai più piede in Oklahoma. Ad aspettarlo fuori dal carcere c’era Sophia Bernhardt, avvocato di 31 anni della Equal Justice Initiative, una organizzazione no profit che si batte per i diritti legali delle persone più povere. L’ha portato a mangiare insieme all’avvocato Hudson in un diner lì vicino. Poi sono partiti in macchina verso il Texas: le autorità volevano che Fisher lasciasse lo stato entro la sera stessa. A Dallas li ha accolti Stanley Washington, 60 anni, anche lui della Equal Justice Initiative. Anche lui liberato dopo un processo sommario e dopo 14 anni passati in un carcere dell’Alabama. Insieme Fisher e Washington hanno proseguito il viaggio verso la sua nuova casa a Montgomery, Alabama, dove ora Fisher dovrà seguire un programma di reinserimento e iniziare una nuova vita, a 46 anni.

(Foto di Nicole Bengiveno)