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  • venerdì 6 Agosto 2010

Hebron, la lotta per l’acqua e il bambino

Nei territori occupati della Cisgiordania, l'acquedotto serve solo a rifornire gli insediamenti israeliani

I palestinesi devono spostarsi in macchina nel paese più vicino e comprare l'acqua nelle taniche

Nei giorni scorsi in rete ha iniziato a girare molto un video in cui un bambino palestinese di 5 anni piangeva disperato mentre la polizia israeliana arrestava suo padre. L’uomo era stato accusato di approvvigionarsi illegalmente alle conduttore idriche riservate ai coloni israeliani in un insediamento della Cisgiordania, nei pressi di Hebron. Secondo la polizia israeliana l’effetto sarebbe artefatto: il bambino sarebbe stato preparato per fare una scenata mentre la telecamera lo riprendeva e il tutto sarebbe solo una montatura realizzata ad arte dai palestinesi per fomentare la propaganda anti-israeliana. Ma per quanto l’accusa possa avere ragione nel contestare che evidentemente nessuno si sia preoccupato di sottrarre il bambino alla scena o consolarlo e che la sua reazione sia stata invece accuratamente seguita, è difficile lasciarsi convincere dalla tesi che il bambino sia stato “istruito e diretto”.

La polizia israeliana sostiene anche che il tentativo di metterla in cattiva luce trascura il fatto che si sarebbe trattato di un arresto dovuto svolto in totale correttezza, per contrastare “l’inacettabile fenomeno del furto dell’acqua”.
Ma nei territori occupati della Cisgiordania, quello dell’acqua è uno dei problemi più grandi per i palestinesi. Come spiega la giornalista e blogger israeliana Noam Sheizaf, le condutture presenti nella maggior parte dei territori servono solo a rifornire gli insediamenti dell’esercito e dei coloni israeliani.

I palestinesi sono costretti a prendere una macchina, spostarsi nel paese più vicino e comprare l’acqua nelle taniche. Alla fine la pagano dieci volte in più di quanto io la paghi a Tel Aviv. Spesso vivono in tende, alcuni addirittura all’interno di grotte. Di solito scavano delle buche nel terreno in cui raccolgono l’acqua piovana, ma l’accesso ai campi e anche a molte di queste buche spesso viene loro negato dai soldati e dai coloni israeliani. Non avendo nessun’altra opzione, ed essendo questo uno dei periodi più caldi dell’anno, alcuni agricoltori sono stati costretti ad approvvigionarsi dall’acquedotto israeliano, che passa a pochi metri dalle loro tende. Questo è quello che i media israeliani chiamano “furto”.

Nicholas Kristof – opinionista del New York Times –  ha descritto la situazione così, dopo essere stato a Hebron.

Da una parte della collina c’è il villaggio di Umm al-Kheir, dove i palestinesi vivono in tende sgangherate e in capanne. Non possono connettersi alle linee elettriche, non possono costruire case, non possono neanche costruire stalle per i loro animali. Quando qualcuno costruisce un qualche tipo di struttura permanente, le autorità israeliane arrivano e le distruggono.

Dall’altra parte della collina invece c’è l’insediamento israeliano di Karmel, un’oasi verde che ricorda molto una zona residenziale americana. Ci sono giardini lussureggianti, bambini che giocano con le loro biciclette e case con aria condizionata. C’è anche un allevamento di pollame in un edificio splendente e dotato di elettricità.

All’inizio di luglio era circolato un altro video che mostrava alcuni uomini della polizia israeliana mentre distruggevano meticolosamente i campi di pomodori di alcuni agricoltori palestinesi.

Al tempo stesso, i coloni israeliani sostengono invece che i palestinesi avrebbero creato una struttura di deviazioni dall’acquedotto così articolata da sottrarre loro praticamente tutta l’acqua.

(Foto credits Noam Sheizaf)