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  • giovedì 5 Agosto 2010

L’affare dei mondiali di nuoto

Che cosa c'è dietro il rinvio a giudizio per trentatré persone emesso ieri dalla procura di Roma in relazione ai mondiali di Roma

Abusi edilizi, progetti mai approvati, costruzione di strutture inutili per la manifestazione sportiva

Ieri la procura di Roma ha citato in giudizio trentatré persone per abuso edilizio, relativamente alla realizzazione e all’ingrandimento di alcune strutture sportive tra quelle che hanno ospitato nella Capitale i mondiali di nuoto di Roma del 2009. L’accusa è abuso edilizio e l’inchiesta è un filone di quella della procura di Perugia sui Grandi eventi, relativa ai presunti episodi di corruzione nell’ambito dell’assegnazione degli appalti da parte dello Stato – e dalla Protezione Civile, in particolare – ad alcuni costruttori privati.

Dei trentatré fanno parte Angelo Balducci, all’epoca presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici, Claudio Rinaldi, successore di Balducci come commissario straordinario per l’organizzazione dei mondiali; Giovanni Malagò, noto imprenditore romano. Poi c’è Simone Rossetti, il gestore del centro benessere Salaria Sport Village di cui gli inquirenti e i giornali si sono a lungo occupati per via delle frequentazioni di Guido Bertolaso, e un altro nome già circolato negli ultimi mesi, quello dell’architetto Angelo Zampolini, già direttore dei lavori del Salaria Sport Village e tra i principali indagati nella più ampia inchiesta sulla cosiddetta “cricca”.

Gli impianti sportivi costruiti in vista dei mondiali di nuoto sono da diverso tempo sotto l’attenzione delle procure e della stampa. Nel 2009 un’inchiesta di Gabriele Romagnoli e Corrado Zunino su Repubblica raccontò della storia e dello stato dei cantieri, e già ce n’erano di elementi per preoccuparsi.

Quando Roma ottiene i Mondiali 2009 parte la carica delle piscine. Cinque impianti saranno pubblici (Tor Vergata, Foro Italico, Ostia, Valco San Paolo, Pietralata). Ma non basteranno. La giunta Veltroni decide di aprire ai privati che bussano alle sue porte. In fondo, si tratta di prendere tre piccioni con una fava: organizzare i Mondiali, costruire la memorabile opera nel campus e rendere Roma una capitale natatoria planetaria. Partono 38 richieste, il commissario straordinario (all’epoca Angelo Balducci) ne avalla 23. La giunta filtra e riduce a 10 (un anno dopo ne accoglierà altre 3).

Una delle proposte bocciate è quella relativa alla costruzione dello Sporting Palace, all’interno del parco dell’Appia Antica. Solo che i lavori vanno avanti: il comune boccia il progetto e i lavori di costruzione continuano. “Questo palazzo non dovrebbe esistere”, scrive Repubblica, “invece eccolo qui”. Non c’erano nemmeno i permessi da parte dell’Ente parco e della Soprintendenza archeologica. A un certo punto era addirittura intervenuto il guardaparco con un’azione di sequestro. Niente da fare.

I lavori non si sono mai fermati. L’edificio è cresciuto. Già appariva fuori posto com’era, tra le rovine e gli alberi dove l’hanno costruito, nel ’56, per ospitare uffici. Ora è un assurdo, eppure c’è. Non si è fermato il cantiere, ma neppure l’inchiesta della magistratura.

Poi c’è il Salaria Sport Village. Durante i lavori per i mondiali le piscine del circolo da una diventano quattro. Viene costruita una foresteria da quarantuno stanze: il tutto nell’alveo dello sversamento del Tevere, zona dall’elevato rischio idrogeologico. Anche questa struttura era stata bocciata dal comune. Anche questa è stata costruita ugualmente, attraverso un escamotage.

È stato inserito in una seconda serie di autorizzazioni, compilata dal nuovo commissario straordinario, Claudio Rinaldi, su suggerimento della Federazione nuoto e passata dal Comune guidato da Alemanno. “Visto si scavi” per 9 impianti e 14 piscine. Oltre a questa ci sono, tra le altre, quella del Flaminio Sporting Club, di cui è dirigente Luigi Barelli, fratello del presidente federale che pure costruirebbe su un’area vincolata per intero.

L’elenco è abbastanza impressionante: strutture che dovevano solo essere allargate sono state costruite ex novo, oppure allargate oltre i termini dei progetti approvati. Anche gli stessi progetti approvati spesso sono andati in porto a seguito di “molte pressioni”, hanno raccontato i responsabili della vecchia giunta. Il risultato è stato la costruzione di un numero esorbitante e probabilmente sproporzionato di piscine, per giunta distribuite in modo irregolare: tre quartieri di Roma hanno nove piscine per ciascuno, sette non ne hanno nessuna. E le zone che ne hanno di più sono quelle dei circoli, le cui strutture sono prese di mira dagli inquirenti perché sospettate di aver approfittato dei mondiali di nuoto per fare lavori non strettamente collegati alla manifestazione sportiva.

A trarne i principali benefici saranno, più che la cittadinanza, i soci paganti. Primi quelli dell’Aniene presieduto da Giovanni Malagò (che è anche alla guida del Comitato organizzatore di Roma 2009): hanno cominciato i lavori in anticipo sulla delibera comunale generale, li stanno già concludendo [era l’aprile del 2009, ndr] e festeggeranno con 6 mila invitati le tre piscine pur avendone chiesta, in un primo momento solo una.

Insieme al rinvio a giudizio delle trentatré persone, gli inquirenti hanno anche posto sotto sequestro anche una decina tra le strutture e i circoli in questione. Tra questi l’impianto sportivo Aquaniene 3, il Salaria Sport Village 4, il Flaminio Sporting Club 5, il Reale Circolo Canottieri Tevere 6 e il Gav Roma Natura.