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  • venerdì 23 Luglio 2010

Al Shabaab è il nuovo braccio di Al Qaida?

È emerso nel 2006 dalle file dell’Unione delle Corti Islamiche, vuole ripristinare uno stato islamico radicale

Contano circa 5.000 militanti e controllano la maggior parte dei territori a sud del paese

di Elena Favilli

Prima del doppio attentato dell’11 luglio a Kampala, in Uganda, quando 76 persone sono morte mentre guardavano la finale dei mondiali di calcio, non si era sentito parlare spesso di al-Shabaab. Eppure il gruppo fondamentalista è uno dei più feroci e spietati tra quelli emersi negli ultimi anni e aveva iniziato a imperversare in Somalia già dal 2006.

Oggi due soldati ugandesi sono morti a Mogadiscio in seguito a un attacco delle milizie del gruppo. E ieri il governo somalo ha ammesso che anche alcune guardie del presidente Sheik Sharif Sheik Ahmed sono passate nelle file dei guerriglieri di al-Shabaab. Per capire chi si nasconde dietro questo nome – letteralmente significa “La Gioventù” – e quali sono i suoi obiettivi, è necessario ripercorrere alcune tappe della storia più recente della Somalia, uno dei paesi africani più devastati dalle guerre civili e dai “signori della guerra” che si sono succeduti a partire dal 1964, anno della prima guerra contro l’Etiopia.

La leadership di Al-Shabaab è emersa dall’Unione delle Corti Islamiche, una rete di gruppi islamici che all’inizio del 2006 prese il controllo di Mogadiscio con il sostegno della popolazione, stremata dalle violenze dei “signori della guerra”. L’Unione delle Corti Islamiche riuscì in un primo momento a ripristinare alcuni servizi di base, tra cui scuole e ospedali, e conquistò ulteriormente il sostegno della popolazione locale. Ma l’apice della popolarità fu raggiunto alla fine del 2006, quando le truppe dell’esercito etiope – su forte pressione dell’amministrazione Bush – invasero la Somalia con l’obiettivo di espellere dal paese i gruppi islamici radicali. A quel punto al-Shabaab e alcuni altri gruppi di fondamentalisti iniziarono a essere considerati eroi che combattevano per la libertà del popolo somalo.

Quando l’esercito etiope si ritirò definitivamente dalla Somalia nel 2009, però, le varie fazioni delle corti islamiche iniziarono a lottare tra di sé per la spartizione del potere. E la linea fondamentalista prevalse. Da allora al-Shabaab ha iniziato a terrorizzare la popolazione locale nel tentativo di ripristinare uno stato islamico radicale: lapidazioni, amputazioni di arti, censura di programmi televisivi e anche di alcuni indumenti come il reggiseno. E poi molti attentati suicidi. Quello di Kampala è stato il primo ad essere compiuto al di fuori del territorio somalo. E il primo a far temere un’espansione del terrorismo islamico fondamentalista anche in altri paesi africani. La matrice dell’attacco infatti, con due esplosioni simultanee in due luoghi diversi della città, ha subito ricordato le caratteristiche degli attacchi di Al Qaida e ha suggerito una possibile connessione tra i due gruppi.

Secondo il New York Times, Al-Shabaab al momento conta 3.000 combattenti arruolati e 2.000 alleati armati e ha preso il controllo quasi totale delle regioni a sud del paese. Alcuni analisti però sostengono che paradossalmente la sua espansione verso l’esterno potrebbe coincidere con un momento di particolare indebolimento politico all’interno.

I militanti non sono più considerati degli eroi in Somalia, hanno perso il loro momento magico da un punto di vista politico. Per questo l’attentato in Uganda si presta a una doppia lettura. A prima vista può essere giustificato dal tentativo di al-Shabaab di convincere con la forza l’Uganda a ritirare le sue truppe dalla Somalia (i soldati ugandesi fanno parte dell’esercito dell’Unione Africana che, in missione di pace in seguito a una risoluzione Onu del 2006, cerca di proteggere il governo di transizione somalo di Ahmed, ndr). Ma secondo Ken Menkhaus, esperto di storia e politica somala del Davidson College, potrebbe essere vero anche il contrario: forse l’obiettivo dei militanti è proprio quello di scatenare una nuova reazione internazionale militare contro la Somalia, per poter essere di nuovo acclamati dalla popolazione come salvatori. «Dal punto di vista dei militari», spiega Menkhaus «allargare il conflitto a livello regionale potrebbe essere la migliore occasione per riconquistare il potere a livello locale».

Per questo secondo molti osservatori, al-Shabaab finirebbe solo col beneficiare da un intervento internazionale unilaterale. Un approccio migliore consisterebbe allora nel cercare di rafforzare l’attuale governo di transizione di Sheik Sharif Sheik Ahmed per cercare di indebolire ulteriormente al-Shabaab all’interno del paese. Ma sfortunatamente anche il governo di Ahmed gode di scarsissima popolarità ed è considerato dalla maggior parte della popolazione un governo fantoccio agli ordini dei paesi stranieri, incompetente e corrotto. Per di più, le truppe governative controllano una porzione sempre più scarsa di territorio: secondo il New York Times, i ribelli di al-Shabaab sono in questo momento a meno di trecento metri dal palazzo presidenziale.