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  • giovedì 22 Luglio 2010

Come si difende Cosentino

Intervistato dal Corriere della Sera, l'ex sottosegretario adotta tutte le linee possibili

Si dà del perseguitato, dice di essere stato frainteso, spiega che gli altri sono peggio di lui e, comunque, sono invidiosi

Ora che l’attenzione degli osservatori e della stampa si è spostata su altre persone coinvolte nelle indagini sulla presunta ghenga di Carboni, il buon senso dovrebbe suggerire a Nicola Cosentino, già costretto a dare le dimissioni da sottosegretario, una linea meno caciarona e rumorosa, almeno sulla stampa. Se non perché lo ritiene giusto, almeno nell’interesse della sua malandata maggioranza. L’intervista pubblicata oggi sul Corriere della Sera mostra invece come il coordinatore campano del PdL non voglia approfittare di ritagliarsi qualche giorno di relativa serenità, e anzi ha intenzione di andare all’attacco di quelli che ritiene siano i responsabili della situazione in cui si trova.

Nei prossimi giorni la magistratura chiederà alla camera dei deputati di poter utilizzare durante l’inchiesta i nastri che riguardano Cosentino, che si dice favorevole. Maria Teresa Meli lo intervista, e quando questa gli chiede conto non tanto delle ipotesi di reato quanto del malcostume, l’ex sottosegretario sbotta sfoggiando il più trito dei trucchi dialettici.

«Il malcostume è stato scoperto ora perché le intercettazioni riguardano me. Quando si dice “finalmente abbiamo una banca”, quello non è malcostume? Comunque c’è tanta esagerazione intorno a questa vicenda: ci sono persone che hanno molto millantato in quelle loro telefonate, gente di basso profilo…»

Cosentino si tranquillizzi: il malcostume di molte vicende politiche italiane non lo si scopre certo adesso “perché le intercettazioni riguardano lui”. Sulla strada per eliminarlo, un buon primo passo potrebbe essere renderne conto. Meli ci prova, chiedendogli delle battute sugli omosessuali e sul cognome di Bocchino.

«Una cosa è quello che uno dice al telefono, un’altra la realtà. A me interessa poco delle preferenze sessuali delle persone. Io ero e sono coordinatore regionale e avevo interesse a sapere che cosa ci fosse di vero in quelle storie. E non c’era niente di vero: sono stato il primo a riconoscerlo e ho informato il partito a livello nazionale che quelle cose che riguardavano Caldoro erano stupidaggini. […] Io, che dopo un quarto di secolo di successi del centrosinistra in Campania, ho portato finalmente il centrodestra al governo della regione, debbo pagare per qualche espressione colorita che aveva un unico obiettivo, quello di capire se ci fossero delle cose reali in quelle chiacchiere su Caldoro?»

Insomma, Cosentino sostiene che il suo scopo non era fabbricare un dossier con notizie false su Caldoro allo scopo di screditarlo (e impedire la sua candidatura alla presidenza della regione), bensì accertarsi che queste presunte voci di corridoio nei confronti di Caldoro non fossero vere, allo scopo di proteggere il partito. Torna utile a questo punto dare un’occhiata al contenuto delle sue telefonate con Martino, però, che mostrano un quadro differente.

Si sente Cosentino affermare che «l’ importante è sbarazzarsi di Caldoro». E Martino lo rassicura: «Qua la cosa importante è “culattone”, togliamo a “culattone”». Ancora Cosentino: «D’ accordissimo, questo è l’ obiettivo principale, poi tutto il resto…». In un’altra conversazione Cosentino, Carboni e Martino concordano di portare a Verdini e Dell’Utri il dossier sulla vita privata di Caldoro e Cosentino, poi parlando con Martino definiscono “bocchiniani” Caldoro e altri politici non nominati. Martino ricorda, infine, a Cosentino quando il parlamentare gli parlò di «quel gruppo di frocetti». Cosentino annuisce e dice: «Sì, sì, il fatto dei frocetti questo rimarrà nella storia».

Torniamo all’intervista. Interpellato sulle sue dimissioni da sottosegretario, Cosentino mostra di avere le idee molto chiare sui responsabili della sua situazione.

«Mi sono dimesso perché sono stato perseguitato non dalla magistratura ma dal generale Fini. Ha calendarizzato per tre volte una mozione di sfiducia contro di me. La prima sulla base di indiscrezioni dell’Espresso che riportava i verbali di un pentito che mi ha accusato di aver preso voti da parte di certi ambienti. Poi vengo candidato di fatto a governatore della Campania, la minoranza del Pdl insorge, e dopo dieci giorni arriva la tanto invocata ordinanza di custodia cautelare. E siamo all’ultima volta: Fini stravolge i lavori della Camera per mettere la sfiducia contro di me. L’unica era dimettermi»

Ricapitolando, fino a questo momento gli argomenti di Cosentino sono:

– gli altri sono peggio (vedi il riferimento al “Ma abbiamo una banca?” di Fassino)
– sono stato frainteso (vedi il riferimento al fine buono e positivo del dossier su Caldoro)
– sono un perseguitato (vedi il riferimento a Bocchino e ai finiani)

Ne manca uno e ce li abbiamo tutti: sono invidiosi. Arriva con l’ultima domanda.

«Chiederanno le mie dimissioni da coordinatore, da parlamentare, chiederanno che io espatri perché sono riuscito lì dove hanno fallito loro: ho portato il Pdl a governare la Campania. Comunque c’è tanta gente che mi ferma per strada e mi chiede di non mollare e questo mi dà la carica»