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  • mercoledì 30 Giugno 2010

Spie come noi

L'arresto degli undici agenti russi sotto copertura negli USA comincia a somigliare a una sitcom

Inchiostro simpatico, scambi di buste, e frasi in codice surreali per essere riconosciuti: "Zio Paul lo ama"

Anna Chapman ha 28 anni, è una bella ragazza, magra e con i capelli rossi. Sta comprando un nuovo cellulare in un negozio della catena Verizon, una compagnia di telecomunicazioni americana. Insieme al telefono compra anche il contratto telefonico, e la commessa chiede ad Anna di compilare il form con i suoi dati. Sotto la voce “nome e cognome”, Anna scrive Irine Kustov. Sotto quella “indirizzo”, Anna scrive 99 Fake Street: Via Finta 99. Anna Chapman — ma nemmeno questo è il suo vero nome — torna a casa con un cellulare nuovo e riprende a fare quello che è il suo mestiere da più di dieci anni: la spia russa. La sua missione sta però per finire, perché di lì a poco l’FBI la arresta. Qualche ora prima di entrare da Verizon, Anna si era incontrata in segreto con un agente dei servizi russi che era in realtà un uomo dell’FBI sotto copertura.

Era iniziato come un thriller — “Catturate spie russe negli Stati Uniti” — sta diventando una sit-com. Negli Stati Uniti si stanno moltiplicando gli articoli che analizzano il testo della denuncia (pdf) per le undici persone persone arrestate tra sabato e martedì dall’FBI, inviate negli anni ’90 dall’SVR — il servizio segreto discendente del KGB — negli Stati Uniti con la missione di “entrare nei circoli politici” americani e riportare segreti scottanti al governo russo.

Segreti che, però, gli undici sembra non siano mai riusciti a scoprire. L’accusa contro di loro è infatti quella di aver agito come spie sotto copertura su suolo americano, ma non quella di spionaggio. Perché, nei fatti, nei dieci e più anni della loro permanenza negli Stati Uniti, gli undici non sarebbero mai riusciti a inviare al quartier generale alcuna informazione riservata degna di nota: al momento risulta solo che abbiano avvicinato un finanziatore dei Democratici vicino alla famiglia Clinton senza ottenerne granché. Nove di loro, inoltre, sono accusati di riciclaggio di denaro, ricevuto regolarmente dal governo russo per portare avanti le loro vite fittizie.

Di solito, le spie si celano dietro ruoli ufficiali. Autorità di basso rango di ambasciate e consolati sono a volte informatori per il proprio governo, ma è da anni che non vengono più usati gli agenti “illegali”, cittadini comuni sotto copertura senza alcun legame diretto con i governi. Se il motivo è semplicemente intuibile, lo è ancor di più scorrendo il rapporto della denuncia alle undici spie russe: in occasione della visita di Obama a Mosca dello scorso anno, il quartier generale dei servizi segreti russi ha contattato Richard e Cynthia Murphy — due delle spie — per chiedere loro di scoprire gli intenti del presidente americano, i suoi obiettivi e i modi con cui avrebbe cercato di raggiungerli. Peccato che i coniugi Murphy vivessero a Montclair, in New Jersey, lontani da qualsiasi cosa potesse anche solo essere lontanamente definito “riservato”.

La vita dei Murphy sembrava tutto tranne che quella di una coppa di spie: anche se questo è quello che si deve dire delle spie. Andavano a bere il caffè dai loro vicini, i Jones, dove chiaccheravano di figli, cani, giardinaggio. E quando qualcuno chiedeva a Cynthia da dove arrivasse quello strano accento russo, lei rispondeva decisa: “Non è russo. È belga.” E la stranezza dell’identikit dei Murphy si ripete con le altre due coppie, Donald Heathfield e Tracey Lee Ann Foley, e Vicky Peláez  e Juan Jose Lázaro — i due nella foto.

Juan e Vicky  hanno un figlio, Juan Junior, un provetto pianista che interrogato dai giornalisti sul legame dei genitori con la Russia ha risposto “Sì. Ne avevano uno. La musica classica. Tchaikovsky”. I tre vivevano a Yonkers, sempre in New Jersey, insieme a due cani, due schnauzer, portando avanti una vita fatta a forma di vita normale. “Non è che io voglia difendere Vicky”, dice una sua vicina, “ma non sembrava proprio una spia: si sarebbe tolta il cibo dalla propria bocca per chiunque fosse stato in difficoltà.” A qualcuno dei vicini è venuto il dubbio che i due siano stati arrestati per errore, a causa delle loro simpatie comuniste. Entrambi non tenevano infatti nascosta la loro ammirazione per Cuba e il Venezuela, e le loro critiche nei confronti del governo americano.

E se i profili degli undici arrestati erano poco impressionanti, i loro metodi lo erano ancora di più. Secondo il rapporto gli undici erano stati tutti ben istruiti e allenati in Russia, un background che non sembra sovrapporsi granché alle loro elementari operazioni negli Stati Uniti. Inchiostro simpatico, frasi in codice surreali, buste di plastica identiche scambiate dopo uno scontro “fortuito” tra due agenti per strada, identità rubate da persone defunte, comunicazioni in codice morse, e contatti maldestri. Come connettersi col proprio computer a un rete wireless chiamata “Autorità Governativa Russa n° 1”, aperta da  un altro agente seduto su una panchina per strada, con una valigetta al suo fianco, o dentro un furgoncino parcheggiato.

19 giugno 2004, tre di pomeriggio, Central Park. Tre degli agenti russi si trovano lì, contemporamente, seduti su panchine vicine. Sembrano non avere contatti tra loro. Il giorno dopo, due di loro di incontrano a un’estremità del parco, Columbus Circle. Uno dei due, Michael Zottoli, se ne va dall’incontro portando con sé una borsa rossa con il nome di un museo sopra. Si guarda intoro, entra nel parco, e sotterra la borsa. Col timore di non ricordarsi il punto esatto, ci mette sopra una bottiglia di birra vuota. Al suo ritorno non troverà più nulla, perché intanto l’FBI avrà già scavato e trovato la borsa.

A volte, gli agenti comunicavano con codici criptati, a volte inseriti in fotografie pubblicate online, accessibili a chiunque. Un agente dà istruzioni ad un altro: “Digli che Zio Paul lo ama.” E l’altro risponde: “Saprà quant’è bello essere Babbo Natale a maggio”. È solo una delle frasi in codice che il blog The Lede del New York Times giudica semplicemente “troppo stupide per essere vere”. Alla domanda “Scusi, per caso ci siamo incontrati a Bangkok lo scorso aprile?”, l’agente contattato doveva rispondere “Ad aprile non so, di sicuro lo scorso maggio ero in Thailandia”. Oppure, a “Scusi, non ci siamo incontrati in California l’anno scorso?”, la risposta era “No, penso fossero gli Hamptons”.