• Italia
  • venerdì 25 giugno 2010

Pomigliano ai cancelli

Alla fine hanno perso tutti, nel referendum sull'accordo

L’esercizio del diritto allo sciopero a Pomigliano non ha conosciuto abusi

di Giuseppe Provenzano

Ora, forse, non si farà più la Panda. Perché di una Panda si trattava – “tutto questo per una Panda”. Alla fine hanno perso tutti. Gli operai, come sempre, molto prima dello spoglio. Molto prima di Marchionne, che ha perso pure lui – molto meno, però. Lo si capiva al cambio turno, ai cancelli, quando intimiditi in tanti raccontavano sottovoce di andare a votare o di aver votato senza possibilità di scelta – e proprio scegliere significa votare. Hanno perso i giovani e hanno perso i “vecchi”. Leggo sull’Unità di ieri l’orgoglio di Maria Capasso, di trentuno anni, che rivendica il suo NO. Leggo le analisi del Sole 24 Ore sullo strappo generazionale a Pomigliano, che schematico scrive: i giovani, con la famiglia alle spalle, per il NO; i “vecchi”, con la famiglia sulle spalle, per il SÌ. Le cose, il giorno e la notte del referendum, all’ingresso 2 del “Gianbattista Vico”, erano un po’ più complicate. Sono complicate sempre le cose, in questo nostro Paese, tra vecchi e giovani. Ma una cosa, alle dieci di sera, era chiara: alla fine hanno perso tutti, ché tutti e due avevano ragione. Il giovane trentenne che ha votato SÌ pensando ai suoi tre figli piccoli e alla moglie a casa e il signore sessantenne che ha votato NO, rivendicando la dignità operaia. Prestando volti e rabbie alle telecamere, il primo gli diceva – tanto a te che te ne frega? Tu ora vai in pensione… E l’altro – vergognati, pensa alle lotte che ho fatto per permettere a giovani come te di entrare in fabbrica… E altri, ancora – Sei sicuro, tu, con queste condizioni di lavoro, che godrai della pensione? E molti – Vedete come ci hanno ridotto? Alla guerra tra i poveri… E pochi – Smettetela, non litigate davanti ai giornalisti…

Chi ha vinto, poi, non si capisce nemmeno dall’esito del voto. Non si capisce, ed è forse la cosa che può importare meno. Provate a pensarci un momento. Facciamo dieci minuti – è troppo? Pensate a cosa sono dieci minuti nella vostra giornata. E poi provate a pensare di lavorare sette ore e mezza su linee meccanizzate concedendovi solo tre pause – ovviamente, «per riportare il sistema produttivo dello stabilimento Giambattista Vico alle migliori condizioni degli standard internazionali di competitività». Prima erano due pause di venti minuti, ora tre pause di dieci. Dieci minuti – o il cesso o la sigaretta – è troppo?

Provate a pensare alla vostra refezione. La chiamate così, voi, la refezione? Bene, con gli operai ai cancelli si parlava soprattutto della mensa. Della mezz’ora di mensa, scivolata a fine turno. Destinata allora ad essere saltata (una pausa dal lavoro in meno) e sacrificata per gli straordinari, per recuperare le perdite di produzione. Straordinari: 120 ore obbligatorie e non negoziabili, che possono arrivare fino a 200 ore. Tre settimane di lavoro, oppure cinque. Più delle ferie. Miracolosi, più che straordinari…

Ora dite pure: è la fatica del lavoro in fabbrica, ragazzo. La scopri adesso? È così, si sa. No, non si sa. Io non lo sapevo. Non conoscevo le parole. E ora non so davvero che importa chi ha vinto, se gli operai – tutti i sindacati degli operai – erano disposti ad accettare, col 18esimo turno, queste condizioni di lavoro. Questa “metrica del lavoro”, intitolata: WCM, Ergo-UAS.

Viciariello, membro del gruppo musicale operaio ex “Zezi” (frutto di una scissione – tra gli Zezi, per motivi stilistici), gioca con le parole: Ergo sta per “ergonomico”. Energumeno, dice lui che è alto un metro e mezzo. E che in catena di montaggio ha collezionato ferite e malattie. “Ci vogliono gli energumeni”, per queste condizioni di lavoro. E racconta: «Io sono fortunato. Vivo a Pomigliano e sono un RCL (ridotta capacità di lavoro, mansioni ridotte n.d.a.). Pensa ad un operaio di Pontecagnano Faiano (ce ne sono, che vengono da lontano, assunti ai tempi d’oro delle spartizioni democristiane) che, per essere alle sei meno un quarto al cancello dell’Ingresso 2, deve alzarsi alle tre e mezza del mattino, e deve lavorare alla catena (“la catena” è il titolo della sua canzone, del suo lamento) sette ore e mezza, e più spesso otto ore, dalle 6 alle 14, fermandosi solo tre volte, per dieci minuti. Pensaci, mi dice. La mensa è la cosa più grave, per uno che viene da lontano. Anche per me, per la verità. Io sono celiaco, e dopo una vertenza di un anno ho ottenuto nella mensa aziendale il menu completo per me. Costo più di tutti. E ci mangio ogni giorno».

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