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  • mercoledì 23 Giugno 2010

Kirghizistan, non è finita

2.000 morti, 400.000 profughi, e le tensioni tra kirghisi e uzbeki non si placheranno per molto tempo

L'ipotesi più probabile è che gli scontri fossero organizzati da entrambe le parti, per motivi politici

Inizialmente non se ne capivano i motivi: il governo riportava che una piccola rissa in un casinò di Osh si era trasformata velocemente in uno scontro tra centinaia e poi migliaia di kirghisi e uzbeki. Il conflitto si è ingigantito di ora in ora, espandendosi anche nell’altra città principale del sud del Kirghizistan, Jalalabad, e ci si è presto accorti che i morti erano quasi tutti uzbeki, in quella che stava diventando una vera e propria persecuzione di una minoranza etnica. Ma i motivi che avevano acceso la prima scintilla ancora non si comprendevano.

Ora, sempre di più, si stanno raccogliendo prove e testimonianze che lo scontro era pianificato, e non solo da parte kirghisa: un’ottima ricostruzione del Wall Street Journal racconta, tramite molte testimonianze, di una strategia ben precisa di entrambi i fronti che — secondo le ultime stime del presidente ad interim Rosa Otunbayeva — ha portato ad almeno 2000 morti e quasi 400.000 uzbeki fuggiti dalle loro case, di cui solo 100.000 sono riusciti a passare il confine con l’Uzbekistan prima che venisse chiuso.

È partita come una scaramuccia tipica della divisione etnica di questa città [Osh]: due uomini uzbeki hanno perso 45 dollari al 24 Hours Casino, e hanno iniziato a litigare con il manager kirghiso, sostenendo che le slot machine fossero truccate.

Quel che è successo poi, dopo che gli uomini se ne sono andati e hanno convocato amici della loro stessa etnia, è stato ben più tragico. I testimoni dicono che un gruppo di uzbeki si è radunato — all’inizio 50, poi 500 e alla fine 1500 o più — e per tre ore ha girato nel quartiere kirghiso, dando fuoco al casinò, entrando dalle finestre di un dormitorio universitario, bloccando i motociclisti e dando fuoco alle auto.

Alcune bande di kirghisi, infuriate dalla voce che le donne kirghise erano state violentate al dormitorio [voce poi infondata, ma fatta girare tra i cittadini kirghisi], si sono vendicate. Guidate da uomini mascherati in macchine di lusso, in qualche caso armati, hanno preso d’assalto il quartiere uzbeko. I quattro giorni di incendi, saccheggi e spari hanno ucciso più di 2000 persone.

Le interviste ai testimoni nei pochi isolati dove il 10 giugno sono partite le violenze raccontano che entrambe le parti erano ben organizzate, armate e preparate alla guerra. Le loro testimonianze suggeriscono che la lotta per riempire il posto lasciato vuoto dall’dalla fuga del presidente Kurmanbek Bakiyev [scappato il 17 aprile scorso dopo una rivolta che ha portato un’ottantina di morti] ha destabilizzato e destabilizzerà questo paese dell’Asia Centrale per parecchi mesi a venire.

La lotta per il potere è tra due rivali di lunga data del sud del Kirghizistan, dove l’autorità del governo centrale è debola e la tensione etnica alta: Bakiyev, kirghiso, e Kadyrjan Batyrov, un uomo d’affari uzbeko promotore di una politica indipendente per la minoranza uzbeka del paese.

Secondo il Wall Street Journal, dietro quanto successo ci sarebbe quindi uno scontro politico. Entrambi gli uomini sono indagati dal governo temporaneo kirghiso per aver orchestrato gli scontri, ma entrambi — Bakiyev dalla Bielorussia, dove è esiliato, mentre Batyrov da non si sa dove — hanno negato qualsiasi coinvolgimento.

Anche il ministro della difesa Ismail Isakov ha dichiarato che

La situazione di oggi è il risultato dello scontro tra Kakijev, che vuole tornare al potere a tutti i costi, e Batyrov, che vuole smembrare la zona sud del Kirghizistan [quella in cui la concentrazione uzbeka è più alta]. Non è uno scontro etnico, è uno scontro puramente politico.

Rimangono i dubbi sul perché la maggior parte dei morti sia di etnia uzbeka. Secondo la ricostruzione del Wall Street Journal, concorde con la visione del ministro, le due parti si sarebbero organizzate per arrivare a questo scontro, e quindi anche gli uzbeki sarebbero stati ben armati. Sta di fatto, però, che la battaglia è diventata presto una persecuzione, in cui gli uzbeki sono diventati le vittime dello scontro. Qualcuno ha accusato l’esercito kirghiso di aver preso parte allo scontro, un’idea negata immediatamente dal governo temporaneo.

Il segretario di stato dell’ONU per le questioni dell’Asia centromeridionale, Richard Blake, ha invocato un’inchiesta internazionale parallela a quella governativa, che procede a rilento. Il motivo? Molti investigatori sono kirghisi e hanno paura di entrare nei quartieri uzbeki, ha detto un pubblico ministero kirghiso, Atai Shkir Uulu.