Ma chi ce l’ha messo?

Il Corriere della Sera: "un mistero"

Il primo fronte contro la nomina a ministro di Aldo Brancher è stato prevedibilmente quello dell’opposizione, che è rapidamente saltata su due argomenti che basterebbero da soli a mettere in difficoltà la maggioranza di un paese onesto.
Primo: un altro ministro? E la promessa di soli dodici ministri dov’è finita?
Secondo: un ministro così nei guai con la giustizia? Non sarà che la nomina gli consente di evitare di farsi processare?
A questi si aggiunge un terzo – coi tempi che corrono, buttiamo altri soldi? – che Repubblica segnala oggi in bocca a Enrico Letta:

«Se anche Bossi è contrario alla nomina di Brancher, qual è logica con la quale è stato fatto un ministero che costerà un milione di euro?»

Obiezione fatta propria anche da Emma Bonino:

«Un ministro in più ha dei costi in più, poi però fanno una manovra che taglia il 10% a tutti i ministeri e non nominano l’unico ministro che serve, quello allo sviluppo economico, che rimane nelle mani di Berlusconi con l’interim»

E va bene: basterebbe a mettere tre coltelli dalla parte dal manico in mano all’opposizione.
Ma non è solo l’opposizione.
Oggi il Corriere ospita in prima pagina un severo editoriale di Pigi Battista, non sospettabile di simpatie per l’opposizione. Titolo: “L’enigma di Brancher”. Testo, e domande.

La nomina di Aldo Brancher a ministro per l’Attuazione del federalismo è il nuovo, conturbante mistero politico italiano. È stato promosso con velocità fulminea, all’insaputa di tutti, imponendo un doppione creato dal nulla. Se ne sono mostrati sorpresi un ministro di primo piano (La Russa) e il capogruppo del Pdl al Senato (Gasparri). Bossi, il federalista per eccellenza e che per il federalismo ha una esplicita competenza di governo, ha accolto la notizia con una tale contrarietà da suggerirgli sul pratone di Pontida una pubblica e clamorosa sconfessione della scelta di Berlusconi. Perché tutta questa fretta? E che così impellente bisogno c’era di aggiungere il nome di Brancher a quelli della compagine ministeriale?

Risposte:

Mistero. Mistero politico. È misterioso che il presidente del Consiglio abbia deciso di appesantire un governo che si vantava di aver costruito snello, essenziale, senza quelle escrescenze correntizie su cui aveva penato il precedente governo Prodi. È misterioso che, in tempi di austerità finanziaria, si istituisca un nuovo ministero il cui costo viene approssimativamente valutato da Enrico Letta del Pd in un milione di euro: uno spreco. È misterioso che, invece di nominare speditamente il ministro che da oltre un mese e mezzo dovrebbe prendere il posto di Claudio Scajola allo Sviluppo economico, cioè in un dicastero clou, si cincischi, si rinvii la decisione sine die e nel frattempo si aggiunga un ministero controverso, affiancandolo a uno che già esiste e il cui titolare, Umberto Bossi, lo considera una molesta interferenza. Siamo inoltre, L’ha notato Emma Bonino, al terzo ministero metodologico di stampo orwelliano (il «Ministero della Verità» di 1984), il cui compito dovrebbe essere quello di sorvegliare il lavoro degli altri colleghi: Rotondi e il ministero per l’Attuazione del programma, Calderoli e il ministero della Semplificazione e ora quello per l’Attuazione del federalismo. Uno spreco di competenze, uno sciupio. Senza nemmeno avvertire gli alleati, i ministri, gli esponenti di punta della stessa coalizione. Neanche la stampa. Nella più totale clandestinità. Ancora una volta: perché?

Battista espone le ipotesi dell’opposizione, le definisce “ingiuste”, ma al tempo stesso più che lecite e motivate. E con il credito di fiducia verso la maggioranza che gli è consueto, è costretto a fare una richiesta.

Allora sarebbe il caso che i responsabili del governo spiegassero qualcosa di più. Mettessero a parte gli italiani di una scelta tanto estrosa. Altrimenti alimenterebbero ogni tipo di sospetto. Diano un significato politico a una decisione che sembra solo molto personalizzata. E di tutto abbiamo bisogno, tranne che di un governo ad personam.

Tutto il dibattito contro la nomina di Brancher è stato naturalmente accelerato dalla dura presa di posizione di Umberto Bossi l’altroieri, a rivendicare che le competenze sul federalismo sono sue: alla quale presa di posizione Brancher – invece che difendere il suo ruolo – ha risposto grossomodo “e ci mancherebbe, non voglio mica disturbare”. E mentre ieri si raccoglievano ulteriori informazioni sul nuovo ministro – e si veniva a sapere che è anche “chairman di Garda Endurance Lifestyle, evento dedicato allo sport degli emiri, l’endurance equestre” – al Foglio preparavano l’articolo di prima pagina di oggi sul fronte della contrarietà di Bossi alla nomina che era stata presentata come “un regalo alla Lega”.

Chi l’ha voluto? Perché? E adesso? Domande ansiose rimbalzano tra Roma e via Bellerio. Sullo sfondo il solito gioco leghista su due tavoli: uno di lotta e uno di governo. Il giallo della nomina di Aldo Brancher a ministro per l’Attuazione del federalismo ha guastato la festa padana di Pontida. E infatti agli esegeti dei comizi di Bossi non è sfuggito che domenica scorsa il Capo ha fatto un discorso che sembrava più rivolto al suo movimento (“quasi si fosse a un consiglio federale”, dicevano alcuni ieri in via Bellerio) che all’esterno.

Secondo il Foglio – che attribuisce il giudizio alla Lega – la versione del “ministro per sfuggire al processo” è troppo riduttiva (lo è, in effetti: ma non è per questo meno efficace nelle mani dell’opposizione: Brancher è accusato di appropriazione indebita in relazione a soldi incassati da Giampiero Fiorani nell’ambito di uno stralcio dell’indagine sulla scalata di Bpl alla banca Antonveneta: il prossimo 26 giugno è fissata la data della ripresa del processo). I “pretoriani di Bossi” sarebbero convinti si sia trattato di una trappola per il loro capo, costruita per spuntargli le unghie. La domanda è: chi l’ha costruita?

I pretoriani sono convinti che la nomina di Brancher sia da attribuire a una fuga in avanti di Calderoli, e non sarebbe la prima, anche se non si capisce se lo abbia fatto per assecondare gli alleati o per aumentare il proprio potere. Altri invece dicono che la nomina di Brancher, per molto tempo pontiere fra il movimento padano e quello forzista, è stata strumentalizzata. Sia come sia, il presidente della commissione Bilancio della Camera, Giancarlo Giorgetti, uno che parla poco e mai a vanvera, ieri ha dovuto ribadire che la competenza sul federalismo resta a Bossi.

Il Foglio descrive un clima all’interno della Lega più tempestoso della consueta immagine di compattezza:

L’ascesa elettorale ha poi avuto una serie di effetti collaterali, fra cui il più impellente è questo: ci sono più poltrone che dirigenti. Ecco perché due giorni fa Bossi ha detto a Calderoli, che è anche coordinatore del partito: “Falli studiare”. (ma se ne era già parlato qui, ndr) Qualcuno forse dovrebbe contare tutte le (tante) sezioni commissariate, paralizzate dai conflitti interni, personali e politici, dovuti soprattutto a scontri fra i vecchi guardiani delle stanze del partito e le nuove figure emergenti (di cui ormai tantissime donne) che hanno un approccio diverso e sono (talvolta) più preparati. Dissidi che hanno obbligato forse Bossi a dire a Pontida: “Noi non litighiamo”.

Resta il “mistero”.

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