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  • sabato 19 giugno 2010

È morto Manute Bol

Aveva 47 anni ed era ricoverato all'ospedale dell'Università della Virginia per gravi problemi al fegato.

Giocò per dieci anni nel campionato NBA ed ebbe poi una vita complicata e sfortunata. Era così magro che Woody Allen diceva che “quando giocano in trasferta, per risparmiare lo spediscono via fax”

di Luca Sofri

È morto sabato a Charlottsville negli Stati Uniti Manute Bol, celebre ex giocatore di basket sudanese, per dieci anni nel campionato NBA e uno in quello italiano a Forlì, e protagonista di una vita romanzesca e difficile. Aveva 47 anni ed era ricoverato all’ospedale dell’Università della Virginia per gravi problemi al fegato. Per una cura sbagliata ricevuta in Africa aveva sviluppato anche la sindrome di Stevens-Johnson, una malattia della pelle. Negli ultimi anni era stato molto impegnato in attività sociali e politiche nel suo paese di origine, pur vivendo negli Stati Uniti, dove era riuscito a tornare dopo una serie di complicazioni di espatrio nel 2001. La sua storia fino al 2001 fu raccontata in un articolo di Luca Sofri sul Venerdì di Repubblica che riproduciamo.

Manute Bol. Alzi la mano chi se lo ricorda. Beh, intanto anche così con la mano alzata, voi quattro non gli arrivate alle spalle, a Manute Bol. E poi se siete di Forlì non vale. Manute Bol a Forlì ci ha passato solo qualche settimana nel 1996, ma se lo ricordano tutti. E il magazziniere della squadra di basket romagnola, Enrico Ricci si chiede, “dove sarà finito adesso Manute Bol?”.

Quando Manute Bol esordì nell’NBA, era il giocatore più alto della storia del maggior campionato di basket mondiale. Due metri e trentadue, così magro che Woody Allen grande fan di basket diceva che “quando giocano in trasferta, per risparmiare lo spediscono via fax”. Veniva dal Sudan dove era cresciuto, molto cresciuto, guardando un gregge. A quindici anni uccise un leone, raccontano le sue biografie. E la leggenda vuole che la prima volta che schiacciò un pallone a canestro si ruppe un dente contro l’anello di ferro. Fu scoperto da un osservatore di un college americano e portato negli Stati Uniti. Arrivò che non sapeva né leggere né scrivere, ma alla sua prima stagione nell’NBA, nel 1985, stabilì un record che dura ancora oggi stoppando 397 tiri diretti a canestro. Stava lì davanti lungo lungo e non faceva passsare un pallone. Divenne un personaggio: la storia, la figura, la dote fisica che ne faceva un arma impropria per la difesa della sua squadra (in attacco era più scarso, invece). Quando si ritirò nel 1995 aveva giocato con i Washington Bullets, i Golden State Warriors, i Miami Heat e i Philadelphia 76ers. Tornò in Sudan, a casa sua, ma un anno dopo l’allenatore di Forlì, Massimo Mangano, lo volle in squadra. “Era un suo pallino”, spiega Mario Santarelli, allora vice di Mangano (morto di un ictus pochi anni fa) e oggi ancora vice allenatore della squadra romagnola in serie B. “Ci furono dei guai con l’immigrazione, prima fu fermato in Egitto e quando arrivò a Fiumicino io e Mangano dovemmo andare a prenderlo il giorno di ferragosto. Non lo lasciarono passare fino a che non riuscimmo a far venire apposta un funzionario del Ministero degli Esteri”. Dopo un primo periodo di grande entusiasmo e persino una sfilata con la stilista Chiara Boni “arrivavano i telegiornali, tutti parlavano di noi, lo notavano ovunque andasse, lo sponsor era contento”, racconta Santarelli la stanchezza del giocatore emerse rapidamente. Era sempre forte nelle stoppate, ma era diventato più lento, e gli attaccanti avversari impararono a stargli alla larga. “Fu tagliato dopo due partite e 11 punti e ripartì per il Sudan, non particolarmente deluso: se lo aspettava”, ricorda Santarelli. A Forlì era venuto da solo, senza la moglie americana da cui si era separato e senza i quattro bambini. Stava con i compagni e con il magazziniere Ricci, che lo accompagnava al supermercato e in giro, o andava a riparargli la lavatrice nella casa vicino all’aeroporto. La squadra poi andò male, l’altro americano forte, Gerrod Abram, si ruppe un ginocchio, e venne la retrocessione. Sono passati sei anni, quella squadra non c’è più, ed Enrico Ricci si chiede, “dove sarà finito adesso Manute Bol?”.

Al Cairo, Egitto. Manute Bol è finito al Cairo. Di nuovo bloccato al Cairo a sperare che il Dipartimento per l’immigrazione degli Stati Uniti lo faccia tornare in America dai suoi figli. Ha 39 anni, stando ai documenti, anche se la sua data di nascita non è mai stata certa. Quando abbandonò Forlì e il basket, se ne tornò in Sudan ricco e popolare. Con i 76ers aveva avuto un contratto da un milione e mezzo di dollari e compensi pubblicitari miliardari da Nike, Kodak e Toyota. Ma in Sudan le cose cominciarono ad andar male. Bol distribuì denaro a tutti i suoi parenti vicini e lontanissimi della tribù Dinka: centinaia di persone molte delle quali bisognose d’aiuto. Pagava l’acquisto di vacche, di greggi, pagava funerali, pagava affitti. E pagava l’Esercito popolare per la liberazione del Sudan, impegnato in una guerra civile con il governo di Khartoum che dura da diciotto anni e ha fatto due milioni di morti. Il Sudan è diviso tra una parte settentrionale di arabi musulmani e una meridionale di neri cristiani e di altre fedi locali, perseguitati. I musulmani al potere tollerano e sostengono le persecuzioni massacri, schiavismo, allontanamento dai villaggi – nei confronti della gente del sud e sono combattuti da gruppi ribelli, tra cui quello a cui appartengono i Dinka. Ancora la settimana scorsa i ribelli hanno attaccato un convoglio militare uccidendo un numero imprecisato di soldati, all’indomani di una missione diplomatica dell’incaricato americano, l’ex senatore Danforth. Bol aveva cercato di ottenere sostegno alla loro causa in America, aprendo un ufficio dell’Esercito popolare di liberazione a Washington. Una volta tornato in Sudan continuò a sovvenzionare i ribelli, dando loro più di 3 milioni di dollari. Ma quando nel 1997 appoggiò un piano di pace offerto dal governo e rifiutato dall’Esercito popolare, i suoi leader lo accusarono di aver tradito la causa. Rimase presto senza soldi e con gli ideali esausti. La scorsa primavera un giornalista del New York Times l’ha scovato in un appartamento in affitto a Khartoum, qualche letto e nient’altro, con due mogli, un bambino e quattordici parenti. Ha perso tutto quello che aveva, gli investimenti americani sono andati male. “Voglio tornare in America, rivedere i miei figli”, ha detto. E lo scorso luglio è riuscito a cogliere di sorpresa le autorità sudanesi che lo controllavano e a salire su un aereo diretto in Egitto insieme alla sorella piccola, alla moglie Ajok e al bambino di due anni. Da lì sperava di raggiungere gli Stati Uniti. Tra qualche anno potrebbe ottenere la pensione dell’NBA. Ma l’ufficio di immigrazione americano è rigido: malgrado l’insistenza sul Dipartimento di alcuni vecchi amici del Connecticut e settimane di visite al consolato, non c’è stato niente da fare. Fino a che non è arrivato l’11 settembre e le cose sono addirittura peggiorate. Ora entrare in America per quattro stranieri sudanesi senza un lavoro e senza una green card è praticamente impossibile. Quindi Bol e i suoi sono ancora al Cairo. “Sta diventando tutto un casino”, ha detto scorato ai giornalisti. Come se non bastasse, all’arrivo al Cairo la sua valigia è andata persa, e trovare qualcosa che gli andasse bene è stata un’impresa. A Forlì i vestiti glieli faceva fare Chiara Boni.

Ecco dov’è Manute Bol, ora che non serve più a nessuno. “Ma pensa”, sospira Ricci: “era un bravo ragazzo, una persona piacevole. Mangiava sempre cosce di pollo e pomodori”.

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