Pomigliano d’Arco, c’è un modo?

Il Corriere sposa la linea della Fiat e di Marchionne: sacrifici inevitabili o la fabbrica chiude

Ma Epifani, intervistato da Repubblica, spiega che anche i sacrifici conoscono dei limiti costituzionali

Il Corriere della Sera dedica una pagina firmata da Raffaella Polato a fare il punto della fabbrica Fiat di Pomigliano d’Arco e delle sue disgrazie, assumendo la posizione aziendale piuttosto acriticamente: ma la sintesi è interessante. Cominciando dagli aneddoti sulla “revisione finale” a cui le auto prodotte erano sottoposte fino al 2008 per verificare che “non fosse stato lasciato un panino nel motore, una chiave inglese tra finestrini e portiera, una doppia strisciata di cacciavite su un’intera fiancata”. Nel 2008 Marchionne si mise d’accordo coi rappresentanti dei lavoratori, furono isolati i sabotatori, ristrutturati gli impianti con una spesa di 120 milioni, ci fu una chiusura di tre mesi e la cassa integrazione per gli operai. Tutto ripartì con grandi speranze ma durò poco, la crisi finanziaria colpì il settore automobilistico mondiale ma soprattutto le auto “top della gamma” prodotte a Pomigliano, le Alfa 147, 159, Gt: “non le proletarie Punto o Panda”.

La colpa non è di nessuno, spiega Polato nell’articolo, anche se Marchionne ne assume la responsabilità: è che “adesso la gente ci pensa sei volte prima di cambiare auto ogni due anni”. E gli incentivi di stato, gli “eco-aiuti”, ignorano le auto di questa gamma. E quando l’Alfa nel 2008 lancia la nuova Mito, piccola, destinata al “segmento B”, la produzione va a Mirafiori, non a Pomigliano: “la politica aziendale ha ormai diviso gli impianti non più per marchi, ma per fasce”.

Non si producono più di 40-50 mila vetture. Molti manager Alfa finiscono sotto osservazione. Ma tutti i dipendenti di Pomigliano finiscono in cassa integrazione. Nel 2008-2009 lavorano in media 3-5 giorni al mese. Idem ora, 2010, a Cig (cassa integrazione, ndr) ordinaria esaurita: siamo ormai in «straordinaria».

Il Corriere spiega che i modelli industriali di prima della crisi sono insostenibili e che non esiste una soluzione che imponga grossissimi sacrifici:

Le fabbriche a questo punto sono troppe. E per farle lavorare tutte si utilizzano gli impianti, quando va bene, al 60-65% della loro capacità. Con i costi fissi diventa insostenibile, diventa un suicidio. Anche perché il mondo non è più tutto uguale. Gobalizzazione significa anche concorrenza spietata tra Paesi, sistemi produttivi e, sì, pure lavoratori. Con chi può prendersela l’Italia se, nel caso Fiat, un solo impianto in Polonia o in Brasile produce quanto cinque dei nostri?

L’articolo si conclude sancendo dunque che il mantenimento di Pomigliano “in una logica puramente industriale non avrebbe senso” e spiegando che una Panda prodotta qui costa 5-600 euro più che in Polonia.

Marchionne non lo fa perché è un buon samaritano: la «responsabilità sociale» la coniuga – è il suo mestiere – con bilanci che, senza utili, farebbero saltare non uno stabilimento, ma un’intera azienda.

Ma, conclude il Corriere, Marchionne chiede alla fabbrica d’ora in poi degli standard di efficienza “svizzeri” e la fine di una serie fallimentare di inadeguatezze. Un piano giudicato da “fabbrica-caserma” da Guglielmo Epifani in un’intervista su Repubblica oggi. Epifani distingue la posizione CGIL da quella più agguerrita della Fiom e accoglie il progetto di sacrifici:

“Un piano di queste dimensioni impone una sfida che sicuramente deve essere raccolta: quella della saturazione degli impianti e della turnazione. Su questo non dobbiamo avere timidezze. I 18 turni non sono una novità. In molte fabbriche si lavora 24 ore su 24 per sette giorni. Sappiamo che sarà un sacrificio alto per i lavoratori, perché non è facile lavorare il sabato e la domenica di notte, perché non è la stessa cosa lavorare alla catena di montaggio o stare seduti davanti a una scrivania”.

Ma al tempo stesso chiede di non tirare troppo la corda.

“C’è un capitolo del documento della Fiat che apre problemi molto gravi. Riguarda la malattia e lo sciopero. Abbiamo consultato insigni giuristi e ci dicono che, senza chiarimenti e correzioni, quelle clausole appaiono illegittime o addirittura incostituzionali. Mi domando: si può sottoscrivere un accordo con questi profili di illegittimità? Questo è il punto. Conviene alla Fiat che chiede certezze uno scenario di questo tipo?”

Se le convenga, se lo chiede anche un articolo sempre su Repubblica: se Marchionne non voglia ripensare lo spostamento della produzione della Panda a Pomigliano e gli investimenti previsti.

Ma c’è anche chi si spinge oltre il limite massimo del contenzioso attuale e mette in conto un’ipotesi secondo la quale il Lingotto potrebbe essere interessato a far saltare l’accordo, aggiungendo Pomigliano a Termini. E’ questo uno scenario che al Lingotto negano decisamente. Anche perché se prendesse corpo si porrebbero due problemi uno più delicato dell’altro: trovare un’attività sostitutiva per Pomigliano ed evitare che tutto degeneri in un caso di ordine pubblico.

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