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  • giovedì 3 Giugno 2010

Gerusalemme è una donna

Ieri si sono date battaglia su Twitter l'attrice israeliana Noa Tishby e la regina Rania di Giordania

Poco di buono promette la fierezza con cui Ehud Barak, in risposta alle critiche internazionali degli ultimi giorni, ha fatto osservare che "in Medio Oriente non c'è pietà per il più debole"

di Filippomaria Pontani

Gerusalemme è una donna. «Chi mai ha visto Gerusalemme nuda? / Nemmeno gli archeologi. / Gerusalemme non si spoglia mai del tutto / ma indossa sempre nuove case / sopra le vecchie e rotte» (Yehuda Amichai).

Stamani ho preso un autobus al mattino, dal capolinea. Quasi a ogni fermata salivano o scendevano soldati, con a tracolla i mitra che tanto impressionano gli Occidentali; è curioso guardare il movimento leggero, fermo ma sontuoso, con cui trattengono il corpo dell’arma mentre si muovono, o mentre l’autobus curva. Sembra quasi un riflesso condizionato, che precipita in un tocco la responsabilità sulle vite altrui. E tanto più impressiona quando a compierlo sono giovani ragazze dai lineamenti orientali, o leggiadre principesse dall’incarnato chiaro e dagli occhi cristallini, con uno sguardo inquieto che salta furtivo da un passeggero all’altro, schivando i commilitoni e inseguendo la vita civile.

Stamani ho preso un autobus al mattino, e sono passato tra gli abiti più alla moda di Gerusalemme, l’area della Knesset e del Museo d’Israele. Appena fuori del Parlamento, sul limitare del fresco giardino delle rose donate da tutte le nazioni, veglia tentacolare l’enorme Menorah in bronzo istoriata con i grandi momenti cruciali della storia del popolo ebraico. Sembra chiedere all’istituzione che ha dinanzi il coraggio di aggiungere un’altra scena (dopo quelle di Mosè, di Salomone, di Davide), e nel contempo sembra protendere l’ultimo braccio verso le conturbanti architetture della Corte Suprema, l’organismo che di fatto tutela i diritti civili in un Paese che, a causa dei dissidi intestini, non ha ancora saputo darsi una Costituzione.
Entro quelle architetture – molti lo ricorderanno – incede dignitosa e imperterrita la protagonista palestinese del “Giardino dei limoni”, nella lotta vana per salvare il suo fazzoletto di terra dalla prepotenza del ministro israeliano che un bel giorno viene a vivere nel podere accanto. Nel film dell’israeliano Riklis, peraltro, il vero confronto è fra la donna e la moglie del ministro, secondo un topos di agone muliebre che non è raro nella cinematografia mediorientale. Ma non è solo un fatto di cinema.

Ieri, per esempio, si sono date battaglia su Twitter l’attrice israeliana Noa Tishby e la regina Rania di Giordania, sostenendo ciascuna le ragioni del proprio popolo in merito ai fatti di lunedì: è stato uno scontro indiretto ma franco, aspro ma non offensivo. Più significativo ancora – e così entriamo dentro la Knesset – l’acceso battibecco fra due giovani parlamentari, Hanin Zoabi e Miri Regev: la prima, rappresentante della minoranza araba e imbarcata a bordo della Flottiglia attaccata da Tsahal, ha accusato il governo di aver condotto un’operazione di vera pirateria, chiedendo poi, come hanno fatto anche numerose cancellerie a cominciare da quelle di Turchia e d’Inghilterra, la fine immediata del blocco della Striscia; mentre la sua collega del Likud, senza mezzi termini, l’ha invitata a “tornare a Gaza” sostenendo che la Knesset non ha bisogno di “cavalli di Troia”.

Quest’ultima metafora dice tutto: Israele si sente come Troia, chiuso in un assedio per terra e per mare, dove ogni voce esterna può essere quella di Sinone, e dalle acque internazionali può sorgere il serpente che avvinghierà Laocoonte. È inutile chiedersi “a chi stia parlando”, oggi, la politica di Israele, se essa abbia una destinatario visibile oppure sia vittima di una mancanza di strategia che le aliena le simpatie esistenti ed esaspera gli odi annosi. È inutile chiedersi se la coalizione fra i partiti ortodossi, i laburisti e il ben più laico Avigdor Lieberman non sia una spia di questa “unità nazionale” che riposa essenzialmente sul comune odio antiarabo, in un perenne stato d’eccezione che non conosce politica o credenze. È inutile osservare che per ogni stella di Davide forzosamente sbandierata nelle enclaves (anche nella città vecchia, dove la cupola della nuova sinagoga sembra quasi voler insidiare quelle di Maometto), troppi altri drappi omologhi vengono arsi nelle piazze del mondo. E questo tanto più quando il processo di rivendicazione è insopportabile: a Sheikh Jarrah, sotto il Monte Scopus, un miliardario ebreo americano vuole requisire case abitate da arabi sulla base di presunti atti anteriori al 1948: è l’idea che lo status quo vada – ma solo al bisogno – ripristinato, e non è un caso che ogni venerdì nutriti gruppi di israeliani si ritrovino a manifestare contro la decisione a fianco degli arabi locali.

Ma oggi davanti all’Università Ebraica il proscenio era occupato dalle bandiere palestinesi, e in prima fila nel composto corteo di studenti arabi israeliani che reclamavano la fine dell’assedio di Gaza erano indomabili ragazze dalla voce potente.
Meno lampante, invece, la presenza delle donne più giù, nel quartiere musulmano della Città Vecchia, mentre i negozianti, rispettando la decisione faticosamente partorita a Nazareth il giorno prima dall’Alta Commissione araba, partecipavano allo sciopero generale. Tra gli appostamenti di copiosi manipoli di soldati e i cauti passi di giovani sfaccendati con indosso l’onnipresente maglietta di Lionel Messi, il panorama incarnava piuttosto il silenzio dei maschi. Un silenzio così dissimile dal vociare dei bambini che scorrazzavano poco più oltre, al di là di un invisibile confine, nella zona delle sinagoghe sefardite restaurate da Rothschild dopo la riconquista del ’67. Il pensiero, dinanzi a quei silenzi e a quelle grida, corre al futuro di queste gioventù, di queste infanzie: sugli uni pesa l’eredità di una stagione di attentati ancora troppo vicina, che – troppo spesso lo si dimentica in Occidente – ha trasformato Gerusalemme e Tel Aviv in poligoni di tiro per kamikaze senza pietà, e ha indotto alla terribile decisione di erigere il Muro (lo si vede bene, da Mount Scopus, col suo snodarsi insensato tra una casa e l’altra, creando enclaves, zone morte, culs-de-sac); sugli altri, educati sempre più secondo l’ortodossia (la quota di Ebrei ortodossi in città è in costante aumento da 15 anni a questa parte) pesa l’ombra di quel Muro, e l’ombra di cui parlava l’altroieri Margaret Atwood nello scrutinare, da scrittrice qual è, l’animo degli israeliani contemporanei.

Stamani ho preso un autobus al mattino, e sono sceso vicino alla Knesset. Chiunque abbia presenti la magniloquenza del Reichstag (antico e nuovo) o anche l’ampiezza dell’emiciclo faticosamente inserito dopo l’Unità nel palazzo berniniano di Montecitorio, rimane sorpreso nel contemplare dall’interno le dimensioni del Parlamento israeliano. Centoventi posti distribuiti su tre lati ad angolo retto, al centro un tavolino da sette per il premier e i ministri, poco più in alto lo scranno del presidente e la tribuna. Tutto qui: la parete di fondo resta aniconica e uniforme, in bianca pietra gerosolimitana a imitazione del Muro del Pianto; in alto, appena due file di tribune per gli uditori istituzionali, e in un angolo un tappetino rosso per segnare il posto del Presidente della Repubblica, attualmente l’anziano Shimon Peres. Tutto quasi a mantenere nell’ambito del familiare i momenti e i personaggi che hanno cambiato la storia: la dura asimmetria di Golda Meir, la composta gravitas di Rabin, perfino l’incedere di Sadat verso il pulpito dal quale lesse il leggendario discorso del 1977.

Molto dipenderà, nelle prossime settimane, dalle decisioni che verranno prese all’interno di quelle mura, fra quegli scranni esigui che oggi sono stati scossi da scontri verbali di una violenza (per queste plaghe) assolutamente inusitata. Poco di buono promette la fierezza con cui Ehud Barak, in risposta alle critiche internazionali degli ultimi giorni, ha fatto osservare che “in Medio Oriente non c’è pietà per il più debole”. Questa sentenza dal sapore di Sabaoth presuppone e in fondo alimenta il consueto gorgo delle recriminazioni incrociate, che induce tutti – mediorientali e stranieri – a reagire e a interagire essenzialmente sulla base di atteggiamenti stereotipi, pronti a individuare di volta in volta uno status quo e ad ammazzarsi per difenderlo o ripristinarlo. Concentrandosi a volte sui fenomeni più ancora che non sulle cause. Come ha ricordato oggi in tutt’altro contesto Chaim Milikovsky, docente di scienze talmudiche a Bar-Ilan e persona di rara sottigliezza, nella Genesi (4, 8 ) si dice che Caino uccise Abele, ma non si descrivono le ragioni prossime della lite. L’esegesi rabbinica (Bereshit Rabba 22, 7) ha proposto varie soluzioni: un alterco per ragioni di terra, di onore, perfino di donne; ma queste speculazioni, ovviamente, per quanto interessantissime sul piano ermeneutico, lasciano intatta la causa remota dell’evento che ha cambiato (o forse iniziato) la storia umana.

Gerusalemme, mille volte anche nella Bibbia, è una donna, e fra le tante figure femminili che si adoperano – come infaticabili ragni della Bourgeois – per tenere assieme una tela sempre sul punto di spezzarsi, mi piace ricordare, mentre cala la sera, la signora musulmana che tiene le chiavi del Santo Sepolcro, evitando così che i monaci delle diverse confessioni cristiane si accapiglino. Quanto conti, anche in quell’ambito a noi più familiare, il principio dello status quo, lo si comprende bene guardando la facciata della chiesa più importante del mondo: in alto a destra è rimasta una scala, che sta lì dal 1757 perché – secondo gli accordi – nessuno ha il diritto di rimuoverla.
In questa stretta diffrazione di rivendicazioni e di assurdità, di equilibri e di magie, scende la luce del tramonto sulle flessuose caviglie e sulle chiome dorate di Gerusalemme.