• Cultura
  • mercoledì 26 Maggio 2010

Da 31 anni Kate Bush non fa più concerti, come mai?

Le cause del ritiro dalle scene potrebbero essere diverse: il trauma per la morte di un suo collaboratore, lo stress dell'organizzazione del primo tour, i costi eccessivi, la volontà di stabilire con il pubblico un rapporto più intimo

Poco più di 31 anni fa, il 14 maggio 1979, Kate Bush fece l’ultima data del suo primo tour di concerti. Il Tour of Life, durato sei settimane, aveva portato la cantante in giro per la Gran Bretagna e parte dell’Europa; combinava musica, danza, poesia, mimo, burlesque, magia e teatro. Dopo lo show finale all’Hammersmith Odeon, si disse che lo show sarebbe proseguito negli Stati Uniti, e i fan si chiedevano che cosa la Bush avrebbe concepito di nuovo per “la prossima volta”.

Oltre tre decenni dopo, ha raccontato Graeme Thompson sul Guardian, “la prossima volta deve ancora arrivare”.

La Bush non ha più fatto un concerto intero da quella sera all’Odeon, e il Tour of Life è rimasto l’unico della sua carriera. “Pensavo che avremmo girato il mondo” dice Brian Bath, che suonava la chitarra con la KT Bush Band “Invece siamo finiti a fare spezzoni per la Tv e canzoni per un nuovo album. È stato davvero un peccato, agli Americani sarebbe piaciuto tantissimo.”

Poco più di un anno prima, la Bush era entrata in scena con il singolo Wuthering Heights, che rimase prima in classifica per quattro settimane. Con il suo aspetto inconsueto, il suo registro vocale e il suo modo di ballare ispirato a Lindsay Kemp, l’impatto della Bush sui media superò i confini della stampa specializzata. Nel 1978 fu la donna più fotografata del Regno Unito.

La sua esperienza dal vivo si limitava ad alcuni piccoli concerti tenuti a Londra quando era ancora misconosciuta con la KT Bush Band, in cui suonava qualche canzone originale in mezzo a cover dei Beatles o dei Rolling Stones. Il Tour of Life prometteva di essere qualcosa di decisamente più ambizioso e sofisticato.

La parte di danza era coordinata dalla Bush insieme ad Anthony Van Laast – più tardi coreografo del film Mamma Mia! – e a due giovani ballerini: Stewart Avon Arnold and Gary Hurst.

Il palco era dominato da un enorme schermo circolare – che doveva rappresentare un uovo – su cui si potevano proiettare immagini e filmati. Una rampa centrale lo collegava allo spazio davanti al palco, dove la band stava nascosta, nell’ombra, da entrambi i lati. La Bush cantava alcuni dei brani dall’interno di una specie di ruota foderata di raso, che veniva spostato sul palco facendolo rotolare, con lei all’interno. L’oggetto dove evocare un utero, l’origine della vita.

Il tour era atteso come un banco di prova del suo talento. I biglietti si esaurirono con molto anticipo e la BBC mandò una troupe a documentare l’allestimento dello show di apertura del 3 Aprile al Liverpool Empire.

Pochi altri artisti hanno fatto di un concerto pop qualcosa di così audacemente fuori dagli schemi. Sul palco c’erano tredici persone, ed il programma prevedeva diciassette cambi di costume e ventiquattro canzoni, tratte soprattutto dai suoi due primi album The Kick Inside e Lionheart, suddivisi in tre atti teatrali. Il fratello John declamava poesie, Simon Drake eseguiva una performance di illusionismo e trucchi magici, ed al centro, a piedi nudi, c’era lei, Kate Bush, all’epoca appena ventenne. Non c’era spazio per l’improvvisazione. La band era perfettamente preparata e la Bush non si rivolgeva mai al pubblico, rifiutando di uscire dal personaggio. “Era perfetta” dice lo scenografo David Jackson “Non ricordo neanche una sua stonatura, o una nota falsa al piano”

Mentre il tour girava il Regno Unito, uscirono recensioni entusiaste, ma l’alone d’euforia che circondava il gruppo di artisti si era estinto bruscamente dopo le prove per il concerto d’inaugurazione del tour, quello del 2 Aprile al Poole Arts Centre di Dorset. Perlustrando la sede deserta e buia per verificare che nulla fosse stato dimenticato, il direttore delle luci Bill Duffield cadde, precipitò per sette metri e morì. Aveva 21 anni. La Bush era sconvolta, e prese in considerazione l’idea di cancellare il tour. “Fu terribile per lei; Kate conosceva tutti per nome, parlava con tutti”.

In risposta alle richieste, il tour terminò con tre date aggiuntive all’Hammersmith Odeon, seguite da dieci show in Europa continentale. La prima serata diventò una raccolta fondi per la famiglia di Duffield e vide la partecipazione di Peter Gabriel e Steve Harley, per i quali Duffield aveva lavorato. La seconda serata fu registrata per la realizzazione del video Live at Hammersmith Odeon; molti dicono che il video non coglie affatto l’essenza del Tour of Life, ed il modo in cui esso respingeva l’ortodossia del tipico concerto rock, suggerendo al tempo stesso un modello per il suo futuro.

La Bush sembrava nata per suonare dal vivo, ma la terza serata all’Hammersmith Odeon sembra essere stata la volta in cui il sipario è calato definitivamente. Nonostante alcune apparizioni molto occasionali, da allora Kate Bush non ha mai più fatto un tour o un concerto. Nei primi anni novanta ci si avvicinò, annunciando ai suoi fan l’intenzione di riprendere. I piani, però non superarono la fase dell’ideazione, ed il suo innato dono per la performance fu incanalato in elaboratissimi video e un abbozzato cortometraggio dal titolo The Line, the Cross and the Curve.

Perché Kate Bush non ha più fatto concerti? Le teorie in merito sono numerose. La spossante esperienza di concepire, organizzare, provare, fare e vedere e rivedere il Tour of Life potrebbe aver tolto a Kate Bush ogni desiderio di ripetere la cosa. Bob Mercer, l’uomo che la reclutò alla EMI nel 1976 ricorda:”Alla fine dei concerti era completamente distrutta”.

Il fatto che alla Bush non piacesse prendere l’aereo fu, poi, uno dei fattori che determinò la sua decisione di non estendere il  Tour of Life al mondo intero e forse, in assoluto, di non fare più tour. Essendo passata attraverso il turbine della promozione dei dischi nel 1978 e nel 1979 considerò che quello stile di vita fatto di aeroporti, hotel, telefonate della stampa, itinerari e rarissimi, preziosi, momenti di solitudine, le avrebbe impedito di condurre la sua vita e la sua carriera nel modo che desiderava.

Altri, dice ancora il Guardian, suggeriscono che la morte di Duffield abbia avuto un peso notevole; o forse pesò il fatto che quel tour, largamente autofinanziato, era stato troppo costoso, o forse, ancora, il fatto che dopo aver dato una tale straordinaria prova del suo talento, non sentì più il bisogno di farlo di nuovo.”La gente diceva che non avrei saputo fare un concerto, e ho dimostrato che si sbagliavano” disse. Inoltre, come sottolinea Brian Southall, il Tour of Life si sarebbe sempre posto come inarrivabile pietra di paragone per qualsiasi altro show la Bush avesso potuto concepire.

Sono tutte teorie plausibili, ma nessuna fornisce una soluzione definitiva all’enigma. Resta il suo lavoro ed il rimpianto per un’occasione mancata:

La Bush oggi ha un legame fortissimo con lo studio di registrazione, preferisce lavorare e assecondare il suo impulso creativo in silenzio e solitudine. Il legame con il suo pubblico si stabilisce privatamente, ed  assomiglia ad una conversazione, non ad una dichiarazione pubblica. I risultati del suo lavoro sono stati spesso affascinanti ed ora, in una carriera che comprende numerosi picchi creativi e lodi generose da parte dei critici, la sua riluttanza a suonare dal vivo resta un motivo di profondo rammarico, considerate soprattutto le straordinarie promesse del Tour of Life.

“È una tragedia che non sia tornata sul palco, un’assoluta tragedia”, dice Jon Kelly, che co-produsse i primi tre album della Bush. “Una grande perdita per il mondo. Come quando una stella muore troppo presto”.