Cose che ho visto a Cannes/9

Di "Armadillo" si parlerà

C'è pure Lionel Richie

di Gabriele Niola

Ho perso tutti i film della mattinata. La nefasta decisione di prendere parte alla festa organizzata da Paul Haggis (sceneggiatore di successo di film come Million Dollar Baby o Casino Royale) per cercare di intervistare invitati come Russel Crowe, Michelle Rodriguez, Gerard Butler o Ornella Muti (sic!) mi ha fatto rientrare alle 4 del mattino. Lo scopo della festa era raccogliere soldi per la popolazione di Haiti vendendo magliette da 15 euro, in un evento in cui anche la birretta veniva 15 euro e il cui costo totale e’ probabilmente stato pari a dieci volte la cifra che sara’ raccolta per beneficenza. Inoltre io non ho visto nessuno comprare magliette.

A mettere i dischi c’era Timbaland. Ad un certo punto ha messo All Night Long, ha raccontato che e’ una canzone di un suo mito e sulla console e’ comparso Lionel Richie che si e’ messo a cantare. Qui e’ tutto cosi’: surreale.

Ad ogni modo ho visto Ottobre, film peruviano molto interessante, ricorda Kaurismaki per il pudore dei sentimenti e l’umorismo raggelato. E’ uno di quei film che vengono etichettati come noiosi dalla gente noiosa, solo perche’ ci sono molti silenzi mentre in realta’ sono divertenti ed emotivi. Si racconta di un gestore di banco dei pegni che occasionalmente fa anche da banca e presta i soldi a chi glieli chieda. Egli, abituato a fare il suo lavoro, andare a prositute e mangiare uova tutti i giorni in una routine eterna, ad un certo punto si ritrova in casa un bambino in una culla. Tutto avviene nel mese di Ottobre che a Lima e’ il mese del Signore dei miracoli, quello che ci si attendono dunque e’ un miracolo nelle vite delle persone che ruotano attorno al banco dei pegni. Questo arrivera’ ma non come il pubblico si aspetta.

Il film e’ proprio bellino e, trama a parte, la cosa che piu’ emerge dal contesto e’ la maniera disarmante in cui in Peru’ i prestiti siano all’ordine del giorno e la moneta valga quasi nulla.

Arrivare tardi al Festival, vuol dire beccare un traffico paralizzante che oggi era amplificato da una manifestazione contro Hors La Loi, film in concorso (che io ho perso) e che tratta la “questione algerina”. C’e’ stato uno spiegamento di agenti in tenuta antisommossa che hanno creato un cordone attorno alla zona del Festival il quale mi ha impedito di entrare con la macchina e mi ha costretto ad un parcheggio a pagamento (la cifra la scopriro’ con dolore stasera nel silenzio piu’ totale, da solo davanti a quelle macchinette automatiche).

Arrivato al palazzo del Festival a piedi, ho notato che la manifestazione era di una debolezza sorprendente. C’erano alcuni anziani dal fare innocuo e fisico paesano che esponevano dei fogli A3 con scritto in piccolo delle cose in francese riguardo la memoria e non ho capito bene quale fosse la querelle. Qualcuno aveva anche delle bandiere francesi ma non le sventolavano. Forse non gli andava, forse era una cosa cruciale non sventolarle.

La sicurezza all’entrata (che gia’ era presente dall’inizio del Festival) era piu’ rigida del solito. Mi hanno controllato tutto e sequestrato il Listerin (non so cosa potessi farci di pericoloso in un cinema), siccome non avevano dove tenerlo l’hanno messo nel deposito bagagli, ho anche il contrassegno per ritirarlo il mio Listerin. Come sempre quando mi ispezionano con il metal detector questo suona per telefono, ipod, videocamera e pc, ma io indico la mia tasca facendo la faccia da “Eh che ci vuoi fare… il telefono!” e loro mi lasciano passare. Se un giorno devo introdurre una pistola la metto in tasca.

La vera scoperta del Festival la faccio solo oggi andando a vedere il film vincitore della Semaine de la critique (i premi delle sezioni parallele li assegnano prima di quelli del concorso principale). Si chiama Armadillo, e’ del danese Janus Metz, e se ne parlera’ credo. Finita la proiezione sono dovuto andare a controllare il materiale stampa perche’ non credevo potesse essere davvero un documentario senza nessuna parte di finzione. Invece e’ cosi’.

Il regista si e’ recato assieme ad un contingente danese in Afghanistan e li ha ripresi di continuo per sei mesi. Il film e’ un crescendo di autentica follia. E nonostante sia sempre bene non credere che i film documentino la realta’, nemmeno quando sono veri, nemmeno quando sono documentari, perche’ il montaggio arbitrario di immagini e sequenze genera un senso indipendente da cio’ che si e’ filmato, Armadillo rimane un’esperienza sconvolgente. Metz nella prima parte racconta la quotidianita’ e nella seconda una cruda azione militare andando in azione con gli altri, correndo dietro a loro e sfiorando pallottole come avevo visto fare (su schermo) solo a Werner Herzog (ma lui e’ fuori competizione, e’ matto).

Il regista imbraccia una videocamera, i soldati ne hanno di minuscole sui caschi. A parte un facile e un po’ stupido paragone con i videogiochi di guerra, cui i soldati giocano nel tempo libero, il film riesce a parlare dell’esaltazione, dell’assuefazione e dello sconvolgimento che le azioni militari provocano come fanno i film di finzione. In patria c’e’ stato un polverone per come i soldati parlino ridano e si esaltino dei talebani che uccidono ma Armadillo e’ un film cosi’ forte da lasciare spazio allo spettatore obiettivo per capire anche le ragioni dei soldati.

Per la cena non ho soldi, pensavo di averne ancora ma avevo dimenticato che ieri sera prima di entrare al festone mi sono trattenuto al casino adiacente. Non sono un giocatore ma ho appena finito l’audiolibro de Il Giocatore. Ho puntato come avrebbe fatto Aleksej Ivànovic, con la stessa audace non curanza e casualita’. Cosi’, senza pensare, seguendo l’istinto del momento. In venti minuti ho perso l’equivalente di quello che mi paghera’ per un articolo fatto da qui il sito internet di un noto mensile di tecnologia, per elaborare il lutto ho deciso di convincermi di non aver mai scritto quel pezzo.