Cose che ho visto a Cannes/8

di Gabriele Niola

Nel giorno in cui passa in concorso La Nostra Vita di Daniele Luchetti, che al pari di parte della stampa italiana ho potuto gradire poco ad una proiezione prima della partenza, mi ritrovo invece a vedere un bellissimo film belga. Il regista si chiama Olivier Masset-Depasse ed e’ una mia personale scoperta. Sconosciuto quasi a tutti passo’ qualche anno fa in concorso al Festival di Roma con Cages, film straordinario mai distribuito al di fuori di Francia e Belgio. Ora con il suo secondo film, Illegal, e’ nella sezione Un Certain Regard. Si racconta di una donna straniera in terra francese, immigrata non regolare che come molti pur lavorando regolarmente (con tanto di contratto) non puo’ ottenere la cittadinanza. Vive cosi’ nella clandestinita’ (la vediamo all’inizio che si ubriaca per sopportare il dolore di bruciarsi via le impronte digitali con un ferro da stiro) e con un figlio a carico al quale proibisce di parlare la loro lingua madre ma solo il francese, in modo da non essere riconosciuti. Sembra la solita storia dell’immigrato in difficolta’ (e in parte lo e’) ma Masset-Depasse inserisce una tensione emotiva fortissima anche nelle scene piu’ banali. Confermo e accendo la puntata fatta anni fa sul giovane talento.

C’e’ sempre un momento in un festival in cui avviene il calo, almeno per me. Mi succede regolarmente di arrivare ad un punto in cui mi sono talmente incasinato di impegni, orari e cose da fare sovrapposte da andare in confusione e, nell’ordine: perdere una sveglia, perdere un film e perdere un oggetto. Cosi’ quando stamattina non ho sentito la sveglia, perdendo il film del mattino, ho capito che era arrivato anche stavolta quel giorno.
Intanto ho finito il mio audiolibro. Prima di partire ne avevo scaricato uno sull’iPod (all’ingiusto prezzo di 11 euro) perche’ non ne avevo mai provati. La scelta e’ ricaduta su Il giocatore di Dostoevskij, perche’ tra i libri che non ho mai letto e avrei voluto leggere e’ quello con la durata piu’ adatta. Cinque ore e mezza. Dopo averlo provato ad ascoltare in macchina e aver sospeso l’esperimento dopo venti minuti per non schiantarmi contro un guardrail in preda alla sonnolenza, ho pensato di ascoltarlo nelle lunghissime file per entrare. Quindi ora il pensiero di aver passato ben piu’ di cinque ore e mezza in fila solo nella prima parte del festival mi fa riflettere sul tempo.

In compenso ho visto un altro bel film molto sentimentale non in concorso: Udaan (ancora roba di Un Certan Regard). E’ cinema indiano, non Bollywood ma nemmeno troppo lontano come stile. Chi non ha mai visto un film indiano commerciale non puo’ immaginarlo ma l’industria cinematografica piu’ grande del pianeta sforna a getto continuo film che ad un occhio occidentale risultano ingenui, banali e scontati. Pero’ questo e’ un problema nostro, non loro. I loro racconti sono tutti popolari, fatti di personaggi tagliati con l’accetta che provano sentimenti estremi e nei quali c’e’ sempre un amore non corrisposto, un fidanzamento funestato o un rapporto familiare da recuperare. Cose che noi abbiamo smesso di fare con Raffaello Matarazzo e che loro hanno portato a livelli sublimi.
In questo caso tocca al rapporto familiare. Si racconta di un adolescente che dopo anni di collegio viene cacciato e torna a vivere con un padre autoritario, violento e conservatore anche per gli standard indiani, che non lo aveva contattato per 8 anni. Egli impone al figlio tutti i suoi valori e quello che dovra’ fare della vita mentre lui, che e’ sensibile, vorrebbe fare il poeta (io ve l’avevo detto subito che sembrano ingenui!). Di mezzo c’e’ un fratellino di 6 anni, simbolo dell’innocenza, anch’egli vessato dal padre malvagio.
Fosse un film italiano (o una fiction) sarebbe un disastro ma in mano agli indiani, che di queste dinamiche sono maestri, esce un film fantastico, non facile e che ti fa odiare con tutte le tue forze il cattivo per commuoverti con il piu’ scontato dei finali. Ed erano anni che non mi capitava.

Finito il film mi accorgo di non avere piu’ le chiavi della macchina. L’oggetto perso. Torno in sala e comincio a cercare, come sempre non riuscendo a ricordare esattamente dove fossi seduto. Cerco cosi’ in una macroarea che dovrebbe corrispondere alla mia posizione senza trovare nulla. Disperato mobilito anche le maestranze locali “Messie’ le clevs!”. Loro capiscono. Cerchiamo per buoni venti minuti sempre nello stesso punto senza trovare nulla. Esco chiedendomi che ne sara’ di me e delle persone che sono in macchina con me e pianifico iperbolici rimedi quando ricevo la telefonata di uno di questi che mi sta aspettando con il motore acceso. Le avevo date a lui le chiavi e non lo ricordavo. Per fortuna il calo di forma mi dura solo un giorno per ogni festival.

In serata proiezione di Fair Game, film di Doug Liman con Sean Penn e Naomi Watts. La corazzata americana a sfondo politico in concorso. Non so come faranno a trovare un vincitore per la Palma d’Oro data la fenomenale pochezza di tutti i titoli visti quest’anno. Fair Game in particolare e’ di una noia mortale.
Si racconta la vera storia di Valerie Plame, agente della CIA implicata in uno scandalo all’epoca della dichiarazione di guerra degli Stati Uniti all’Iraq. Nel film si spiega come lei e il marito cercassero in realta’ di dimostrare l’inesistenza delle armi di distruzione di massa mentre il governo, a tutti i livelli, gli si rivoltava contro. Il film mostra la CIA come dei buoni a nulla, l’America come un paese allo sbando (ma che non contesta i suoi valori e anzi li va a cercare come tipico davanti alla statua di Lincoln seduto) e la famiglia come unico rifugio. Perdono tempo per tutta la prima parte e mettono le cose interessanti nella seconda, a quel punto pero’ la noia ha gia’ vinto e regna la confusione. Per appassionati del genere solamente (e forse nemmeno tutti).