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  • martedì 18 Maggio 2010

“Un popolo ignorante e superstizioso”

Adriano Prosperi, storico, spiega al Foglio la natura irriformabile della Chiesa cattolica, e degli italiani

"La forza eversiva della religione la chiesa la tiene rinchiusa nei suoi forzieri"

“Nella Chiesa è arrivato il momento dei laici”, ha detto domenica scorsa il cardinal Bagnasco ai rappresentanti dei movimenti e delle associazioni cattoliche. Lo racconta la Stampa oggi: “sulla scia di Benedetto XVI, il capo della Chiesa italiana sollecita spazi più ampi per il laicato nella geopolitica della Chiesa”.

Ma il Foglio di oggi va oltre – troppo oltre? – la richiesta di aiuto di Bagnasco e chiede invece consiglio e parere a un ateo, per quanto dotto ed esperto di storia della Chiesa: il professor Adriano Prosperi, storico, e recente collaboratore di Repubblica. E l’intervista è un ammirevole esempio di coinvolgimento dello sguardo degli atei – degli atei colti – nel dibattito sulla crisi della Chiesa cattolica.

“Non saprei cosa augurare a un’istituzione di cui non condivido il modo di ragionare e di funzionare. Posso deprecare che nel passato abbia costituito l’organo dell’inquisizione che poi ha pervaso i tribunali laici, ma da questo punto in poi resto senza parole. Anche perché la pratica quotidiana della fede, che pure non mi appartiene, la rispetto moltissimo”.

Prosperi non condivide le facili proposte di ritorno indietro espresse da molti laici, di quelli a cui Bagnasco chiede maggiore partecipazione: perché quell’indietro ha smesso di esistere da troppo tempo e perché la Chiesa odierna contiene le sue stesse ragioni di essere.

“In realtà ecclesia semper reformanda è una categoria apologetica. Come tutti gli organismi storici la chiesa è partita da un certo punto, poi ha seguito i cavalloni della storia e man mano si è trasformata. Perciò l’invito a tornare alla purezza del Vangelo, avanzato da certi laici, lascia il tempo che trova. Ancor prima che san Francesco morisse, i francescani avevano creato una cosa che non corrispondeva in nulla alla sua idea. La storia è così, non si può protestare contro il flusso in cui siamo immersi. Si tratta comunque di una realtà molto differenziata, almeno quanto il mondo di religioni che ha preso forma dai Vangeli. La chiesa ha una vasta udienza nel mondo che si è meritata perché ha rafforzato i vincoli di unità, ha irrigidito la struttura gerarchica, si è separata dai poteri secolari, si è dotata di articolazioni di carattere politico, finanziario, diplomatico. Tutte le ragioni per cui i riformatori nelle varie epoche hanno contestato la chiesa sono le stesse ragioni per cui oggi la chiesa appare un’istituzione caratteristica”.

“Non ci si preoccupa delle opinioni di un pastore protestante o di un primate anglicano quanto degli orientamenti politici e di costume di un Papa cattolico. Questo potere ha una sua corposità e il fatto che la chiesa abbia conservato tale assetto è tra i motivi della sua importanza attuale”.

Ma qualunque valutazione sulla Chiesa che cerchi di associarla ad altre storie, ad altri paradigmi, è fallimentare: perché sparigliata dall’eccezionalità della questione della fede.

“La storico tedesco Wolfgang Reinhard ha scritto una biografia di Paolo V Borghese in cui descrive la quantità di vincoli con cui la curia romana teneva in pugno l’Italia di allora, un’enorme rete clientelare. Il Papa non distribuiva solo beni materiali, ma degli Agnus Dei benedetti (piccoli medaglioni fatti con la cera del cero pasquale della Cappella Sistina, ndr) che valevano più delle monete perché rendevano clienti di un altro mondo. Tuttora nella natura umana il bisogno di credere è fortissimo. Personalmente ho visto un’epoca della storia italiana in cui la gente che pativa fame e malattie trovava soccorso nella fede”.

Infine Prosperi nota una cosa evidente a chi confronti il modo in cui lo scandalo degli abusi sessuali nella Chiesa è stato trattato in altri paesi del mondo con quello in cui è stato raccontato in Italia.

“Bisognerebbe riflettere su come l’informazione italiana ha reagito agli eventi, con quanta deferenza rispetto al resto del mondo ne abbia parlato, per capire fino a che punto la chiesa cattolica sia importante nel nostro paese. C’è chi ha parlato addirittura di un atto di autoriforma della chiesa, ho notato molto servilismo. I libri degli storici hanno raccontato molte vicende di preti grassatori e violentatori, come emergono dagli archivi criminali, ma l’unico profilo di prete che tutti gli italiani conoscono – o conoscevano fino a poco tempo fa – era quello di don Abbondio, forse un po’ vigliacco ma non un mascalzone. Sì, c’era un sistema giudiziario autonomo, però è un dato di fatto che il delitto della sollecitatio ad turpia (quando il prete usa la confessione per indurre la o il penitente a rapporti sessuali, ndr) non ha portato nessun prete in prigione. La priorità era tutelare l’onore del clero”.

E l’anomalia italiana si vede in molti altri aspetti, più quotidiani e meno straordinari, del rapporto pubblico del paese con la religione cattolica: anomalia che finisce per riguardare non solo questo, ma la cultura e la società e l’identità italiana in generale.

“Ostensioni di presunte reliquie e di Madonne piangenti e sanguinanti e il divieto al popolo di leggere la Bibbia hanno fatto degli italiani un popolo ignorante e superstizioso. Con grande soddisfazione di chi nelle gerarchie si batte contro relativismo, illuminismo e darwinismo. Il mondo è stato profondamente trasformato dalla Riforma. In seguito l’Italia e altri paesi cattolici hanno recuperato socialmente e sul piano economico ma sul piano dell’opinione pubblica, della quantità di libri che si leggono, dello statuto della coscienza, sono un passo più indietro. Può darsi che sia una situazione migliore – la dieta mediterranea non è certo peggiore del fast food – ma la differenza c’è. L’apologo del Grande Inquisitore di Dostoevskij resta vero: la forza eversiva della religione la chiesa la tiene rinchiusa nei suoi forzieri. Profeti e messia sono presenze pericolosissime”.