Il buco con l’ozono intorno

A 25 anni dalla scoperta, l'assottigliamento nello strato di ozono inizia a ridursi

La messa al bando dei clorofluorocarburi nel 1987 si è rivelata determinante

Che una coperta protegge la Terra dai raggi nocivi del Sole non lo sapeva quasi nessuno, prima che ci spiegassero che c’era un buco nella coperta. A 25 anni dalla scoperta del buconellozòno che sovrasta le nostre teste tra i 15 e i 30 chilometri, le cose iniziano a migliorare, come racconta il National Geographic ripreso oggi anche da Repubblica. La tempestiva messa al bando dei gas responsabili della distruzione dell’ozono ha consentito di rattoppare il buco e viene da molti vista come un modello da applicare per affrontare anche il più minaccioso problema del surriscaldamento globale.

I principali responsabili dell’assottigliamento dello strato di ozono erano i clorofluorocarburi (per gli amici CFC), i gas utilizzati nelle bombolette spray e nei sistemi di refrigerazione (frigoriferi e condizionatori). Le prime evidenze scientifiche sull’effetto dei CFC si ebbero nel corso degli anni Settanta, ma fu una ricerca del 1985 a cambiare drasticamente la percezione del problema. I ricercatori della British Antarctic Survey annunciarono di aver scoperto un enorme buco nello strato di ozono al di sopra dell’Antartide causato dai CFC. Non uno squarcio vero e proprio,  ma un drastico assottigliamento che stagionalmente apriva la strada ai raggi nocivi del Sole in un’importante area del Pianeta.

L’ozono si crea naturalmente quando le molecole di ossigeno (O2) che si trovano nell’atmosfera vengono spezzate dalla luce del sole in due atomi singoli di ossigeno. Un solo atomo può poi unirsi a una molecola di O2 non spezzata, e così nasce l’ozono. L’ozono, però, è instabile e può essere spezzato da quantità minime di altri elementi. […] Nell’aria rarefatta, gli ultravioletti spezzano i legami molecolari presenti nei CFC diffondendo atomi di cloro. Il cloro poi distrugge le molecole di ozono “rubando” i loro atomi di ossigeno.

I ricercatori notarono che nel corso dell’inverno antartico, a causa delle condizioni atmosferiche, si accumulavano sopra l’Antartide grandi quantità di clorofluorocarburi. Con l’arrivo del periodo estivo e dell’esposizione ai raggi solari, si liberavano grandi quantità di cloro che causavano una sensibile riduzione dell’ozono.

Ad appena due anni dalla sconcertante scoperta, nel 1987 fu siglato il Protocollo di Montreal per bandire l’utilizzo dei CFC. Fu un successo diplomatico senza precedenti per l’ONU: tutti i Paesi partecipanti all’assemblea siglarono il patto per ridurre al minimo le conseguenze dell’attività umana sulla coperta protettiva d’ozono. Senza quel provvedimento, raccontano oggi i ricercatori che all’epoca parteciparono all’iniziativa, a quest’ora l’assottigliamento dello strato di ozono avrebbe interessato buona parte del Pianeta, con conseguenze drammatiche per gli ecosistemi. Invece, grazie alla messa al bando dei CFC entro il 2080 i livelli globali di ozono dovrebbero tornare a un livello comparabile a quelli degli anni Cinquanta.

Con l’accordo di Montreal, la comunità internazionale dimostrò per una volta di essere unita per combattere un pericolo comune. Da allora, molti guardano all’esperienza del 1987 come un modello per affrontare le crisi che interessano l’ambiente e di conseguenza tutti noi. Utilizzare un simile approccio per il delicato tema del global warming potrebbe portare a risultati importanti e superiori a quelli ottenuti nelle ultime conferenze, dove ogni Paese ha sostanzialmente dimostrato di badare principalmente ai propri interessi. Mettere al bando un tipo di gas era però una cosa relativamente semplice, trovare un accordo su un tema complesso e controverso come quello del surriscaldamento globale è tutto un altro paio di maniche.

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