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  • venerdì 21 aprile 2017

I cellulari fanno venire il cancro?

Se ne riparla dopo la controversa sentenza di Ivrea, dove un giudice ha riconosciuto un “nesso di causalità” benché non ci siano ancora prove scientifiche chiare

(JOSEP LAGO/AFP/Getty Images)

A Ivrea, in provincia di Torino, un giudice del lavoro ha stabilito che esiste un “nesso di causalità” tra l’utilizzo dei telefoni cellulari e una particolare forma di tumore. La sentenza ha pochi precedenti in tutto il mondo e sta facendo molto discutere perché a oggi non è mai stato dimostrato scientificamente, e in modo incontrovertibile, che le onde radio emesse dai cellulari possano causare alcuni tipi di cancro. Non è il primo caso in cui un magistrato stabilisce un principio non ancora verificato dalla scienza: negli anni scorsi è accaduto più volte per il caso Stamina o sui vaccini, con molte polemiche e critiche da parte della comunità scientifica e successive revisioni delle sentenze negli altri gradi di giudizio.

La sentenza di Ivrea riguarda Roberto Romeo, un dipendente di Telecom Italia di 56 anni, che lavorava come responsabile di una squadra di tecnici che interveniva per riparare i guasti sulla rete telefonica. Alla Stampa ha spiegato che faceva di continuo telefonate per coordinare il suo gruppo di lavoro, restando tra le 4 e le 5 ore al cellulare ogni giorno, per circa 15 anni. Romeo aveva iniziato ad avere qualche problema di udito, trattato con terapie che si erano rivelate inutili, fino a quando non gli era stato diagnosticato un neurinoma, un tumore benigno del nervo acustico, uno dei più frequenti tra quelli intracranici e le cui cause sono ancora sconosciute. Romeo era stato sottoposto a un’operazione di rimozione del neurinoma, con conseguente perdita dell’udito da un orecchio.

In seguito Romeo aveva fatto causa all’INAIL, che non gli aveva riconosciuto una malattia professionale. Dopo una perizia di parte e un accertamento tecnico, affidato dal tribunale, si è andati a processo. Sono stati ascoltati 15 testimoni, che hanno confermato la versione di Romeo circa le sue ricorrenti telefonate per coordinare il loro lavoro. Valutate le perizie e le consulenze, il tribunale ha infine stabilito che il neurinoma sia stato causato da un “uso prolungato” del cellulare, riconoscendo a Romeo un’invalidità al 23 per cento, che comporterà una pensione INAIL aggiuntiva di circa 6mila euro l’anno.

La sentenza di Ivrea sta facendo molto discutere perché a oggi non ci sono evidenze scientifiche per dire con certezza che i cellulari causino il cancro. I telefonini sono usati da miliardi di persone in tutto il mondo da decenni, ma non sono stati rilevati aumenti anomali di particolari forme tumorali. Considerata la diffusione di questi dispositivi, l’Organizzazione Mondiale della Sanità tiene comunque sotto controllo i potenziali effetti dei cellulari sulla popolazione, con iniziative e programmi per la valutazione del rischio. Una delle sue agenzie più importanti, l’International Agency of Research on Cancer (IARC), nel 2011 ha inserito i cellulari nel Gruppo 2B, nel quale sono elencati prodotti e sostanze definiti “possibilmente cancerogeni per gli esseri umani”. Nel complesso la IARC mantiene e aggiorna quattro categorie in cui sono inserite le sostanze a seconda del loro livello di rischio.

Gli elenchi della IARC non implicano che si contragga sicuramente il cancro entrando in contatto con particolari sostanze, ma segnalano il livello di rischio: la probabilità che si verifichi un evento dannoso. Si parla di rischio assoluto quando viene indicata la possibilità che qualcosa succeda in un certo periodo di tempo, come la probabilità teorica per ogni persona di avere una diagnosi di cancro nel corso della vita, quindi in un intervallo di tempo che di solito è tra gli 0 e gli 84 anni. C’è poi il rischio relativo, che indica invece la probabilità di ammalarsi per chi ha già fattori di rischio, come predisposizioni genetiche. Le misure di questo tipo sono ipotetiche e servono soprattutto per rendere comprensibile la rilevazione di certi tipi di tumore su altri, e il loro rapporto con predisposizioni e abitudini di vita.

Negli anni sono state eseguite centinaia di ricerche scientifiche, su animali ed esseri umani, per verificare se le onde radio emesse dai cellulari possano essere nocive. Nella maggior parte dei casi questi studi non hanno trovato un nesso causale tra l’esposizione ai telefonini e particolari malattie, come i tumori. I pochi studi che hanno trovato qualche elemento di correlazione si sono rivelati quasi sempre inconcludenti, perché nel complesso le prove non erano sufficienti e non si potevano escludere altre variabili che avevano causato particolari patologie. Una ricerca, citata dalla IARC, parla di un aumento del 40 per cento del rischio di gliomi (tumori cerebrali) tra chi utilizza molto il cellulare per telefonare (30 minuti al giorno per 10 anni). Uno studio più recente ha però messo in dubbio la stima perché l’aumento dei tumori di quel tipo non è andato di pari passo con l’aumento dell’utilizzo dei cellulari.

A maggio dello scorso anno uno studio diffuso dal National Toxicology Program, un gruppo di lavoro delle autorità sanitarie statunitensi, ha rilevato la formazione di tumori al cervello e al cuore in alcuni esperimenti di laboratorio condotti su ratti, esposti a radiazioni elettromagnetiche analoghe a quelle prodotte dai cellulari. La ricerca è stata però accolta con scetticismo e diverse critiche, soprattutto per le modalità con cui è stata condotta la sperimentazione.

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