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Il Corriere ha un’ipotesi su Elena Ferrante

Lo scrittore Marco Santagata ha pubblicato sulla "Lettura" una lunga inchiesta a partire da alcuni dettagli del secondo libro dell'"Amica geniale", facendo un nome ben preciso

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(Un particolare dell'ultima copertina della Lettura)

L’edizione di oggi della Lettura, il supplemento domenicale del Corriere della Sera che si occupa di arte e letteratura, contiene un lungo articolo scritto dal noto dantista e scrittore italiano Marco Santagata che espone una tesi molto precisa sull’identità di Elena Ferrante, uno pseudonimo sotto il quale negli ultimi anni sono usciti in lingua italiana romanzi di grandissimo successo, poi tradotti in diverse altre lingue (su tutti la tetralogia dell’Amica geniale). La persona che scrive con lo pseudonimo di Ferrante non si è mai svelata pubblicamente: il suo rapporto coi giornalisti e col pubblico viene gestito quasi interamente dalla casa editrice romana E/O.

Da anni sull’identità di Ferrante girano molte voci: si è ipotizzato che si tratti dello scrittore Domenico Starnone o di sua moglie, la traduttrice Anita Raja, o del critico Goffredo Fofi, oppure degli stessi fondatori di E/O Sandro Ferri e Sandra Ozzola. Santagata ha invece un’altra teoria: citando dettagli contenuti nel secondo libro della tetralogia – Storia del nuovo cognome – sulla città di Pisa e la Scuola Normale Superiore di Pisa, che la protagonista del libro Elena Greco frequenta per quattro anni, Santagata sostiene che la vera Elena Ferrante abbia frequentato la Normale di Pisa a metà degli anni Sessanta e che sia originaria di Napoli o che ci abbia vissuto in seguito (gran parte dei libri di Ferrante sono ambientati a Napoli). Secondo Santagata, che ha consultato gli annuali di quegli anni della Normale, una sola persona corrisponde a questo profilo: Marcella Marmo, che insegna Storia contemporanea all’università di Napoli Federico II. Marmo ha smentito la ricostruzione di Santagata in un’intervista a Repubblica e in una al Corriere della Sera.

L’indagine di Santagata
Già da tempo circolava la teoria che Ferrante avesse potuto avere a che fare con la città di Pisa, anche per il grande dettaglio in cui è descritta la vita del “normalista” in Storia del nuovo cognome, il secondo volume della tetralogia pubblicato nel 2012. Partendo da queste basi, Santagata ha svolto praticamente un’indagine filologica, citando passaggi precisi e facendo congetture sulla loro origine. Santagata spiega che i passaggi che si riferiscono ai quattro anni in cui la protagonista del libro vive a Pisa sono circa una ventina, contenuti alla fine di Storia del nuovo cognome. In queste pagine ci sono tre elementi che fanno pensare che Ferrante abbia davvero vissuto a Pisa in quegli anni: un lapsus su una famosa via di Pisa, l’uso corretto del lessico “normalista” e le somiglianze di uno dei personaggi maschili con Adriano Sofri, che proprio in quegli anni studiò alla Normale.

A pagina 401 del libro, in un passaggio descrittivo, Ferrante cita una serie di luoghi frequentati dal personaggio di Elena Greco a Pisa, che in quel momento stava passando un periodo poco piacevole. Scrive Ferrante: «Mi prese un disamore ingrato per la città […], per tutto lo spazio urbano, sempre lo stesso: il Timpano, il Lungarno Pacinotti, via XXIV maggio, via San Frediano, piazza dei Cavalieri, via Consoli del Mare, via San Lorenzo, percorsi identici e tuttavia estranei». Santagata, che ha frequentato la Normale nella seconda metà degli anni Sessanta, scrive che «Lungarno Pacinotti, via San Frediano, piazza dei Cavalieri, via Consoli del Mare, via San Lorenzo si trovano tutte nel centro cittadino, e sono molto frequentate, allora come oggi, dai normalisti», ma che lo stesso non si può dire di via XXIV maggio, che parte dallo stadio di Pisa – che si trova a nord del centro storico – e che esce dalla città, molto lontano ad esempio dalla sede centrale della Normale in piazza dei Cavalieri (che si trova a circa due chilometri). Santagata spiega che secondo lui Ferrante potrebbe avere avuto un lapsus, e che invece si riferiva a via XXIX maggio, la strada del centro che porta al Lungarno Pacinotti. Ma dal 1968 via XXIX maggio è diventata via Curtatone e Montanara: cosa che dimostrerebbe che Ferrante abbia effettivamente frequentato Pisa, e probabilmente prima del 1968. Aggiunge Santagata:

Che abbia vissuto a Pisa non comporta, tuttavia, che sia stata normalista. Nel racconto, però, ci si imbatte in alcuni piccoli segnali — locuzioni particolari, accenni a pratiche di studio e a eventi collettivi — che sembrerebbero confermare l’ipotesi della Ferrante normalista. E lo confermano proprio perché piccoli, cioè in quanto materiali difficilmente acquisibili attraverso una documentazione scritta o mediante testimonianze orali, ma che sembrano scaturire da un vissuto. Si prenda «il Timpano» citato nel passo riportato sopra: ebbene, l’indicare l’allora sede femminile della Scuola con il nome del palazzo che la ospitava non era comune nel linguaggio dei pisani, mentre era la regola in quello dei normalisti, per i quali era spontaneo dire «vado al Timpano» o «abito al Timpano». E molto normalistica è anche l’espressione «i ragazzi di piazza dei Cavalieri» (pagina 333) per indicare i colleghi della sezione maschile. […] Tipico delle abitudini di studio dei normalisti era, in un’epoca nella quale non esistevano computer e fotocopie, e le xerocopie erano solo agli inizi, «compilare schede minutissime per ogni testo studiato» (pagina 335): il verbo «schedare» e il sostantivo «schedatura» erano sicuramente tra le parole più usate all’interno della Scuola.

L’ultima prova che Santagata espone è la somiglianza del ragazzo frequentato a Pisa da Elena Greco, di nome Franco Mari, ad Adriano Sofri. Santagata sostiene che le caratteristiche di Mari – «la cultura, la sicurezza di sé, la critica all’involuzione socialdemocratica del Pci, il fascino che esercita sugli altri» – all’epoca si potessero usare per descrivere lo stesso Sofri. Nel libro, Elena Greco racconta che andava a trovare «di notte» Franco nella sua stanza al collegio maschile. Santagata scrive che «può essere solo una coincidenza, ma appena un anno prima Sofri era stato espulso dalla Scuola. Fu un provvedimento che fece scandalo e di cui si parlò a lungo nel mondo della Normale: fu comminato perché Sofri era stato accusato di ricevere una ragazza nella sua camera (ragazza che poi sarebbe diventata sua moglie)».

Santagata però ammette che nella sua ricostruzione ci sono delle incongruenze: Ferrante nel libro scrive che Greco ha passato a Pisa gli anni dal 1963 all’autunno del 1967. Eppure non c’è traccia di due importanti avvenimenti successi a Pisa rispettivamente nel novembre del 1966 e nel febbraio del 1967: l’alluvione dell’Arno e l’occupazione del palazzo universitario della Sapienza, che a Pisa fu visto come un inizio precoce delle contestazioni del Sessantotto. Ma Santagata sostiene anche che l’arco temporale della permanenza a Pisa di Greco e quella plausibile di Ferrante possano essere diversi: se insomma Ferrante abbia lasciato Pisa prima dell’autunno del 1966, ma abbia voluto ambientare la vicenda di Greco un po’ più avanti, è possibile che affidandosi solamente alla memoria abbia tralasciato di citare quei due avvenimenti così importanti, ai quali però non aveva assistito. L’articolo di Santagata si conclude così:

«Nell’annuario dei normalisti degli anni Sessanta un solo nome sembra corrispondere ai tratti dell’identikit, quello di una donna, napoletana, normalista nell’anno accademico 1964-65. Si chiama Marcella Marmo. Storica, studia la camorra».

Le smentite
La casa editrice E/O ha già smentito la ricostruzione del Corriere della Sera, e così ha fatto anche Marmo, che è nata nel 1946 a Napoli e dice di aver studiato brevemente a Pisa per due anni ma di avere poi proseguito gli studi a Napoli, dove si è laureata. In una intervista a Repubblica, Marmo ha smentito categoricamente di essere Ferrante, e ha detto di aver letto uno solo dei suoi libri – L’amica geniale – e di avere uno stile e un approccio alla scrittura completamente diverso da quello di Ferrante.

Professoressa è lei la misteriosa scrittrice?
«Assolutamente no. Non sono una scrittrice, ma una docente che maltratta e boccia gli studenti perché un terzo di loro non sa dov’è l’India. Sono una persona razionale, in quello che produco non c’è componente artistica. Ho scritto di storia della camorra e del capitalismo e del proletariato industriale a Napoli».

Santagata nel suo articolo sostiene il contrario.
«È una cosa talmente assurda che dopo una prima inquietudine mi ha divertito. Per rendere credibile la misteriosa identità hanno utilizzato nell’articolo anche la mia foto presa dal sito del dipartimento».

Nessuna velleità da scrittrice di best seller?
«La mia è una scrittura poco fantasiosa, forse sono più brillante e generosa nell’insegnamento. Nessuno ha letto le mie cose. I miei libri non sono leggibili. Chi arriva alla terza pagina si è stufato perché inevitabilmente si capisce che voglio fare una ricostruzione storica. Al contrario di quello che vuole il lettore. Non ho mai scritto di letteratura, ogni tanto mi cimento negli haiku, piccoli componimenti di origine giapponese».

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