Donald Trump, Marco Rubio

Su cosa litigano i Repubblicani

di Francesco Costa – @francescocosta

Stanotte c'è stato il quarto confronto tra i candidati statunitensi: sono venute fuori posizioni molto diverse – alcune un po' bizzarre – su immigrazione, economia e spese militari

Donald Trump, Marco Rubio
Donald Trump e Marco Rubio durante una pausa pubblicitaria del confronto. (AP Photo/Jeffrey Phelps)

Martedì notte negli Stati Uniti a Milwaukee – in Italia era la notte tra martedì e mercoledì – i principali candidati del Partito Repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti si sono confrontati in tv in un dibattito organizzato dal canale Fox Business e dal Wall Street Journal. I candidati erano otto, e non dieci come nei precedenti tre confronti: Chris Christie e Mike Huckabee non hanno raggiunto negli ultimi sondaggi la soglia richiesta dal network per partecipare. Hanno partecipato invece Donald Trump, Ben Carson, Marco Rubio, Ted Cruz, Carly Fiorina, Jeb Bush, Rand Paul e John Kasich. Il dibattito si è concentrato soprattutto sull’economia, ma alcuni degli scambi più interessanti sono avvenuti quando si è parlato di politica estera e immigrazione. In generale è stato un dibattito interlocutorio, senza un chiaro vincitore, ma la gran parte degli analisti concorda sul fatto che Rubio, Cruz e Paul abbiano avuto una serata migliore degli altri.

(Chi sono i principali candidati Repubblicani statunitensi per il 2016)

Sia Donald Trump che Ben Carson e Marco Rubio – oggi i primi tre candidati sul piano nazionale, secondo i sondaggi – in apertura del confronto si sono detti contrari ad aumentare il salario minimo, una proposta che fanno i candidati Democratici e anche diversi Repubblicani moderati. Trump si è spinto persino a dire che «gli stipendi oggi sono troppo alti», una frase che potrebbe essergli rinfacciata più volte da qui in poi in campagna elettorale, mentre Jeb Bush – non interpellato sul salario minimo – ha detto che la prima cosa da fare per sostenere l’economia americana dovrebbe essere abrogare tutte le riforme approvate o promosse dall’amministrazione Obama, nessuna esclusa.

Il primo vero scambio interessante però è arrivato sull’immigrazione. Trump ha descritto il suo discusso piano: espulsione di tutti gli 11 milioni di immigrati irregolari presenti oggi negli Stati Uniti, anche se lavorano, rispettano le leggi, sono in America da anni e hanno figli americani; e costruzione di un muro al confine con il Messico (da far pagare al Messico). Questo piano è stato molto criticato in questi mesi per tre ragioni diverse: la prima è che la deportazione di 11 milioni di persone sarebbe costosissima, al punto da essere probabilmente irrealizzabile; la seconda è che sarebbe una strada piuttosto brutale dal punto di vista umanitario; la terza è che affascina gli elettori Repubblicani più estremisti ma allontana dal partito milioni di cittadini di origini latinoamericane, gruppo demografico in grande crescita e sempre più influente nella politica americana.

John Kasich – governatore dell’Ohio, il più moderato tra gli otto candidati – ha interrotto allora Trump: «Non prendiamoci in giro! Cerchiamo di essere adulti. La deportazione di 11 milioni di persone – dividendo famiglie, separando genitori dai figli – non avverrà mai. Lo sappiamo tutti. Chi è qui deve poter rimanere qui, se rispetta le leggi. Ma bisogna rafforzare il confine per evitare che altri possano entrare». Trump ha risposto in modo piuttosto spazientito – «Ho fatto milioni di dollari nel corso della mia vita, non ho bisogno di ascoltare questo tizio» – mentre Bush si è inserito nella discussione per dare ragione a Kasich. È stato notevole sul tema il silenzio di Rubio, che ha un approccio all’immigrazione riformatore e moderato – nella scorsa legislatura lavorò con i Democratici a una riforma condivisa – ma fin qui alle primarie ha preferito non esporsi troppo su questo tema. È intervenuto invece Ted Cruz, che ha posizioni molto di destra, dicendo – molto applaudito – che senza la deportazione si parla sostanzialmente di fare una sanatoria.

Cruz ha avuto però qualche difficoltà pochi minuti dopo, quando ha detto che da presidente abolirebbe subito cinque agenzie governative e ne ha elencate solo quattro, ripetendo due volte l’agenzia del commercio: un guaio che ha ricordato a molti quello occorso nel 2012 a Rick Perry – anche lui texano come Cruz – e che gli costò di fatto la candidatura. Perry disse di voler abolire tre agenzie del governo ma non riuscì a farsi venire in mente la terza, e dopo qualche momento di imbarazzo e silenzio si limitò a dire: «Oops». Cruz almeno ne ha ripetuta una che aveva già detto, senza incepparsi.

Sulla crisi economica, i Repubblicani sembrano avere certe posizioni in comune: pensano praticamente tutti che la crisi del 2008 sia stata causata dall’eccessiva regolamentazione dei mercati, e non il contrario; promettono di abolire le riforme promosse dall’amministrazione Obama in questi sette anni (che Fiorina ha definito «socialiste»); e pensano che le banche in difficoltà debbano essere lasciate fallire, sempre e in ogni caso, anche quelle più grandi, anche se questo dovesse comportare la perdita dei risparmi dei correntisti. Quando Kasich ha provato a suggerire un approccio più moderato e realista su questo tema, il pubblico lo ha fischiato.

Un altro momento significativo della discussione è arrivato quando Rand Paul ha criticato Marco Rubio. Paul è un senatore del Kentucky che ha posizioni diverse da molti altri Repubblicani: è quello che in America chiamano “libertarian”, propone il minor ruolo possibile per il governo su tutto («voglio un governo così piccolo che non si vede») e in questo momento fatica nei sondaggi. Paul ha detto con una certa efficacia che Rubio non può considerarsi un vero conservatore se propone di aumentare le spese militari, invece che tagliarle; Rubio ha risposto dicendo che gli Stati Uniti devono mantenere una presenza “muscolare” nel mondo se vogliono essere rispettati, e la spesa dello Stato va tagliata, ma altrove. La posizione di Rubio è la classica posizione dei Repubblicani degli ultimi decenni – tagli ovunque tranne che all’esercito – e gli ha fruttato molti applausi tra il pubblico, ma il punto sollevato da Paul è uno di quelli su cui esistono le più forti differenze politiche all’interno del partito.

I due candidati che oggi guidano i sondaggi – Ben Carson e Donald Trump – sono rimasti spesso ai margini della discussione, ma non è detto che per loro sia un male: secondo molti analisti soprattutto Carson è cresciuto in queste settimane anche per come è rimasto alla larga dalle liti tra i candidati. Entrambi però non hanno nessuna esperienza politica precedente e sono sembrati molto in difficoltà quando hanno dovuto parlare più concretamente delle loro proposte. Parlando di politica estera, Carson ha dato una risposta estremamente superficiale e confusa, dicendo che la cosa che bisogna fare con l’ISIS è «farli sembrare dei perdenti»; Trump ha criticato il TPP – il trattato commerciale firmato dagli Stati Uniti con 11 paesi asiatici – perché non affronta la guerra delle valute con la Cina, ma la Cina non fa parte del TPP. Glielo ha ricordato Rand Paul, subito dopo la sua risposta. Sempre Trump parlando dell’ISIS ha quasi elogiato Putin per la sua decisione di intervenire militarmente in Siria: «Se vuole prendere a calci l’ISIS, per me è il benvenuto»; Bush è intervenuto ricordando che la Russia per il momento sta attaccando soprattutto i ribelli che combattono contro Assad, e non l’ISIS.

Così come Kasich, anche Carly Fiorina – l’ex CEO di HP – è stata particolarmente aggressiva nel corso della discussione, inserendosi più volte nelle risposte degli altri candidati (a un certo punto Trump le ha detto bruscamente: «Perché non la smetti di interrompere tutti?»). Jeb Bush invece è stato uno dei candidati più volte interrotti dai suoi rivali, cosa che ha confermato le sue difficoltà con questo formato di discussione: il suo dibattito è stato migliore di quello disastroso di tre settimane fa ma non è stata la svolta che i suoi sostenitori e finanziatori si auguravano.

Il prossimo dibattito televisivo tra i candidati Repubblicani si terrà il 15 dicembre a Las Vegas, in Nevada; i Democratici invece si confronteranno il 14 novembre a Des Moines, in Iowa. Le primarie di entrambi i partiti cominceranno proprio in Iowa il primo febbraio 2016; le elezioni presidenziali si terranno invece l’8 novembre 2016.

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