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“Come sbaglia la scienza”

Secondo l'Economist la ricerca scientifica è entrata in una crisi di affidabilità e correttezza, per diverse ragioni

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Sulla copertina di questa settimana della rivista britannica The Economist c’è solo un titolo, scritto a grandi caratteri, che dice “Come sbaglia la scienza”. L’articolo che accompagna la copertina è una severa critica di come sono organizzati i sistemi di revisione e pubblicazione delle ricerche scientifiche: sono diventati caotici, imprecisi e devono essere cambiati per permettere alla ricerca stessa di cambiare, dice l’Economist.

Molte scoperte “sono il risultato di esperimenti di scarsa qualità e di analisi mediocri”. Uno dei problemi è che oggi molte di queste difficilmente possono essere replicate da altri scienziati, e la riproducibilità di un esperimento è alla base del metodo scientifico moderno. Viene citato l’esempio di una società che fa ricerca nelle biotecnologie, e che ha scoperto di poter replicare con precisione solo 6 studi su 53 sul cancro. Altri ricercatori dell’azienda farmaceutica Bayer non sono potuti andare oltre la riproduzione di circa un quarto di 67 studi scientifici già pubblicati. Si stima che tra il 2000 e il 2010 abbiano partecipato a trial clinici circa 80mila pazienti per ricerche che si sono poi svelate inesatte e piene di errori.

È estremamente raro che simili disguidi portino a danni per chi partecipa ai trial clinici, ma le ricerche condotte male costano comunque un sacco di soldi e sottraggono risorse ad altri studi, svolti con maggiore accuratezza. Il problema generale, spiega l’Economist, è in parte dovuto alla crescente concorrenza in ambito scientifico. Dopo la Seconda guerra mondiale, la comunità scientifica era grossomodo costituita da poche centinaia di migliaia di ricercatori: ora si stima che in tutto il mondo ci siano tra i 6 e i 7 milioni di persone impegnate nella ricerca. Chi viene pubblicato sulle riviste scientifiche aumenta le probabilità di essere assunto da qualche grande istituto, con l’opportunità di ottenere contratti molto redditizi.

Il carrierismo, dice l’Economist, incentiva l’esagerazione dei risultati delle ricerche, o la scelta deliberata di mettere in evidenza alcune prove nei paper scientifici nascondendone altre. Per tutelarsi ed essere sicure di avere le esclusive più importanti, le principali riviste scientifiche del mondo tendono a essere sempre più selettive e interessate alle sole scoperte di grande portata. Queste ultime hanno altissime probabilità di essere pubblicate, mentre scoperte laterali, ma altrettanto importanti per l’avanzamento della ricerca, restano in secondo piano e finiscono per essere dimenticate o del tutto trascurate.

Inoltre, le riviste scientifiche danno sempre meno spazio agli studi che falliscono nel dimostrare con la pratica la teoria da cui erano partiti. I risultati “negativi” delle ricerche sono solo il 14 per cento dei contenuti pubblicati sulle riviste scientifiche, nel 1990 la percentuale era pari al 30 per cento. Sapere che cosa è falso, in ambito scientifico (e non solo) è importante quanto conoscere ciò che è vero. “Il fallimento nel dar conto dei fallimenti significa che i ricercatori sprecano denaro e sforzi per esplorare vicoli ciechi di cui si sono già occupati altri scienziati”.

L’articolo di copertina dell’Economist sostiene anche che si è sostanzialmente rotto il “peer review” (“revisione paritaria”), il meccanismo secondo il quale i risultati di una ricerca scientifica devono essere verificati da scienziati estranei a quello studio per provarne l’affidabilità, prima di essere pubblicati. Un’importante rivista medica ha fatto un test, proponendo a un gruppo di revisori alcune ricerche nelle quali erano stati inseriti volutamente degli errori. I revisori non li hanno trovati tutti, nemmeno quando gli è stato detto che il compito a loro assegnato era un test.

Per aggiustare la ricerca scientifica, l’Economist propone di rivedere molti meccanismi, a partire da quello dell’analisi numerica e statistica delle ricerche. Analizzando tendenze e particolari andamenti tra i risultati degli studi scientifici si potrebbero trovare nuove soluzioni, più affidabili: qualcosa di simile è accaduto negli ultimi anni nella ricerca genetica, esempio che dovrebbe essere seguito in altri ambiti. Una maggiore trasparenza e accessibilità ai dati degli esperimenti, sfruttando Internet e le banche dati, aiuterebbe a ridurre il numero di ricerche che si occupano delle stesse cose e contribuirebbe a fare ordine.

Parallelamente, le riviste scientifiche dovrebbero tornare a pubblicare con maggiore costanza le ricerche che hanno fallito nel provare le teorie di partenza. E il meccanismo di “peer review” dovrebbe essere integrato con un sistema di analisi successivo alla pubblicazione, cui possano partecipare i ricercatori attraverso commenti e forum in rete. Un sistema simile è già adottato da tempo negli studi matematici e in quelli che riguardano la fisica, con diversi successi.

La conclusione dell’Economist:

La scienza gode ancora di un enorme – talvolta confuso – rispetto. Ma il suo status è basato sulla capacità di avere ragione la maggior parte delle volte e di sapere correggere i propri errori quando sbaglia qualcosa. E l’Universo non è certo privo di misteri tali da tenere impegnate generazioni di scienziati. Le piste false dovute alla ricerca di bassa qualità sono un imperdonabile ostacolo alla comprensione delle cose del mondo.

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