• Cultura
  • venerdì 20 settembre 2013

Twitter ci rende stupidi

E anche Facebook, e anche Amazon: lo dice Jonathan Franzen con dotta prosa, e in molti (colleghi compresi) lo sfottono

Jonathan Franzen è uno scrittore americano di 54 anni, autore di quattro romanzi, uno dei quali, Le correzioni (The Corrections) lo ha reso famoso in tutto il mondo nel 2001, quando venne pubblicato (da Einaudi, in Italia). È sicuramente uno dei più importanti e più premiati scrittori americani degli ultimi anni, ed è a volte discusso per suoi interventi e scelte spesso polemici.

Il 13 settembre 2013 Franzen ha pubblicato sul quotidiano britannico Guardian un’anticipazione di un suo saggio, intitolato The Kraus Project, che uscirà il prossimo 1 ottobre. Il titolo dell’anticipazione, sul sito del Guardian, era “Cosa c’è che non va nel mondo moderno”: il contenuto è infatti un attacco a molte caratteristiche del mondo culturale ed economico contemporaneo. Non è la prima volta che Franzen esprime giudizi molto critici su questi temi e la sua opinione ha suscitato parecchie reazioni su Internet, gran parte delle quali contro di lui.

Nell’estratto pubblicato sul Guardian, Franzen parte dalla figura di Karl Kraus citata anche nel titolo del saggio: un celebre autore e polemista nella Vienna dei primi del Novecento. Per molti anni Kraus scrisse praticamente da solo una rivista, Die Fackel (“la fiaccola”), in cui esprimeva opinioni acutissime e polemiche su qualsiasi tema di attualità. Era celebre anche per le vivaci letture pubbliche dei suoi testi e fu una figura fondamentale nella vita della città, ai tempi in cui era uno dei centri della cultura europea. I suoi pensieri vengono spesso pubblicati in raccolte di aneddoti o aforismi (una delle più recenti pubblicate in Italia è Essere uomini è uno sbaglio, uscita lo scorso anno per Einaudi).

Franzen parte da un breve estratto della densa e complessa prosa di Kraus, sulla contrapposizione tra lo “spirito latino” che ama immergersi nel bello in ogni istante della propria vita quotidiana e quello “germanico” che invece bada più al contenuto. Fa quindi un parallelo piuttosto ardito, ma molto creativo, con la contrapposizione tra Mac e PC: il solo fatto di possedere un Mac e di utilizzarlo dà una certa aria di coolness, di “figaggine”, ed è effettivamente “un piacere in sé”, mentre nell’uso di qualche “sgraziato, pratico” PC, “l’unica cosa di cui godere è la qualità del lavoro in sé”.

(Luca Sofri, Mac e PC, la differenza tra un gatto e un ferro da stiro, 2002)

Franzen dice di provare un’ira e un fastidio simili a quelli di Kraus – indirizzati sempre contro le “brillanti autorità culturali di buona formazione”, come scrive Franzen, e mai al di fuori del suo stesso ambiente sociale e culturale – quando osserva quello che succede intorno a lui. Dopo di che passa ai nomi e cognomi:

Confesso di sentire una qualche versione del suo [di Kraus] disappunto quando un romanziere che credo avrebbe dovuto avere più saggezza, Salman Rushdie, soccombe a Twitter. O quando un magazine di carta impegnato politicamente e di cui ho rispetto, N+1, denigra i magazine cartacei perché “maschi” e allo stadio terminale, celebra Internet come “femmina” e si dimentica in qualche modo di considerare l’accelerata pauperizzazione degli scrittori freelance. O quando buoni professori di sinistra che una volta resistevano all’alienazione – che una volta criticavano il capitalismo per il suo attacco implacabile a ogni tradizione e a ogni comunità che si mette di traverso sulla sua strada – cominciano a chiamare l’Internet delle grandi aziende tecnologiche “rivoluzionaria”.

Il parallelismo continua con la situazione della Vienna del 1910, capitale dell’impero austro-ungarico alla vigilia del suo disfacimento, e l’America del 2013, “un altro impero indebolito che si racconta storie di eccezionalismo mentre scivola verso un qualche genere di apocalisse, fiscale o epidemiologica, climatico-ambientale o termonucleare”. Ma sembra non esserci interesse verso i problemi reali, scrive Franzen, come le guerre all’estero o il sistema sanitario: “quello su cui siamo tutti d’accordo, invece, è di consegnarci ai nuovi media e alle tecnologie cool, a Steve Jobs, Mark Zuckerberg e Jeff Bezos, lasciandoli fare profitti a nostre spese”.

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