Se vai a L’Aquila che sono passati più di due anni dal terremoto, pensi due cose. Che hai aspettato troppo. E che qualunque cosa penserai, capirai, cercherai di spiegare tornando, l’avranno già pensata, capita e spiegata in tantissimi prima di te: ogni tua impressione sarà fragile, incerta. Sei combattuto, mentre ti guardi in giro e cominci a capire come stanno le cose (o almeno ti sembra), tra il desiderio di raccontarle e il timore di dire cose ingenue, superficiali, luoghicomuni. Possibile che nessuno te lo avesse spiegato? Ti rallegri delle persone che hai conosciuto e delle cose che ti hanno generosamente detto, e però ti mancano quelle che non hai incontrato e i loro pareri. Fai fatica, nelle tue umane necessità di certezze e sintesi, a capire se alla fine è tutto fermo o si fanno progressi; se l’emergenza è stata gestita male oppure bene; se Berlusconi lo vogliono menare o gli sono grati; se le case temporanee sono una cosa buona o no. E andrai via sapendo solo che le cose sono complicate e nessuna di queste questioni è chiara (più menare, comunque). Alla fine sei contento di essere andato, e anche di non aver mai formulato opinioni prima di esserci andato. E ti istruisci a raccontare solo quello che hai visto e sentito.
All’Aquila ho dormito in un albergo del centro, uno dei due aperti. Tutti gli altri ospiti erano sfollati, soprattutto anziani. Domenica mattina, mentre uscivo, quattro di loro stavano seguendo la messa alla tv nella piccola hall, con i rosari in mano. Sabato mattina, a colazione, due signore discutevano con rassegnato sarcasmo del fatto che per avere una casa “devi essere bulgaro, romeno o cinese” (zingaropoli attecchisce anche lì, solo per il fatto che i pochi stranieri regolarmente residenti all’Aquila sono stati trattati come gli altri residenti).
Per capire cosa sia successo all’Aquila io avevo bisogno soprattutto di camminarci, prenderle le misure, guardare le cartine, vedere le case. Quando vedi le foto fatte da altri o senti solo i racconti, non percepisci mai bene le dimensioni, né dei luoghi né dei disastri: quanto è grande l’area disabitata? Quante case sono crollate? Quanto è esteso il centro storico? Quanto la zona rossa? Quanto crollate sono le case?
L’Aquila ha un centro storico piuttosto grande, come molte altre città italiane, ed è “la città”: ovvero non il centro di un abitato più ampio, ma tutto quello che è l’Aquila, a cui si somma una periferia più moderna (suppergiù della stessa estensione) ma che faceva sempre capo al centro rispetto a quasi tutti i servizi. Un quadrato di tre chilometri per lato, più o meno: diciamo che per andare da un capo all’altro del centro si impiegano venti minuti di cammino. Come Pisa, ho pensato io, per un meccanismo banale e però utilissimo a capire: lo consiglio a tutti, come seconda pratica di comprensione. La prima è andare all’Aquila; la seconda è immaginare quello che si vede traslato sulla propria città, sostituire a ogni palazzo diroccato, crepato, imbracato, crollato, un edificio della propria città, a ogni luogo e a ogni piazza un luogo e una piazza, e immaginare così i propri centri, siano Ferrara, Siena, Siracusa, Udine o Mantova. Tutto diventa meno estraneo, non guardi più i guai degli altri ma ti ci trovi dentro.

Ecco, tutto questo centro storico è oggi deserto: non ci abita più nessuno, tutte le case sono inutilizzabili e quindi vuote. Sono quasi solo case e palazzi antichi, affacciati su vicoli e piazze, e nella quasi totalità hanno conservato in piedi le facciate ma con gravi lesioni: sono circondate da estese imbracature di assi di legno e travi di metallo, e all’interno sono spesso svuotate, diroccate, crollate e tenute insieme da chilometri di tubi innocenti. Almeno tre quarti del centro storico sono tuttora in “zona rossa” con transenne e avvisi che impediscono di accedere alle strade; il restante quarto – il corso e poche vie connesse – è stato riaperto al passeggio soprattutto di recente. Le persone ci vanno nel weekend, perché è il posto dove vivevano, e hanno riaperto (con permessi di agibilità temporanea) una ventina di negozi (vado a occhio), soprattutto sul corso.
L’effetto è stranissimo, naturalmente: non solo dal punto di vista estetico (ho fatto delle foto, aiutandomi con Hipstamatic per allontanare ancora un po’ questa sensazione di ingenuità). Soprattutto è un caso unico di persone che si aggirano in una città fantasma, in cui non abita nessuno. L’accesso e le strade sono controllate da coppie di giovani militari (quasi sempre un uomo e una donna), c’è un gran silenzio, ma quelli che passeggiano fanno come se fosse normale: spingono un passeggino, si fermano a prendere un caffè, comprano il giornale. Intorno a loro, è tutto imbracato e crepato. Immagino che agli aquilani il mio racconto sembri quello di un entomologo, o che siano infastiditi dalla descrizione di eccezionalità di ciò che per loro è del tutto normale (vivere col terremoto): però spero che come a me prima di questo weekend, a moltissime persone manchi ancora l’idea concreta di come sia oggi L’Aquila, e vorrei provare ad aiutarle, almeno fino a che non vanno a vedere.
Gli aquilani abitano altrove. O negli alberghi di tutto l’Abruzzo, o nelle due tipologie di case (i MAP e i “piano CASE”) descritti a suo tempo – tra gli altri – dagli eccellenti video di Zoro. Sono le case per gli sfollati costruite dopo il terremoto, stecche di condomini di due o tre piani disseminate in molte zone intorno alla città: i due tipi si distinguono soprattutto per la tecnologia antisismica più raffinata e affidabile del “CASE” (sulla neolingua del terremoto consiglio ancora di vedere Zoro), che però ha comportato costi molto alti che oggi sono criticatissimi da tutti. Sono comunque dei dormitori, dignitosi e funzionali, ma piccoli, pochi, e molto isolati.
Oppure abitano in altre sistemazioni in cui si sono organizzati. Una piccola parte della zona della città fuori dal centro storico è stata poco danneggiata ed è tornata abitata.




Sul sito della protezione civile c’è la descrizione della funzione di analisi e gestione del rischio in generale. Si applica anche al rischio sismico (http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/rischi.wp).
“Il concetto di rischio è legato non solo alla capacità di calcolare la probabilità che un evento pericoloso accada, ma anche alla capacità di definire il danno provocato. Rischio e pericolo non sono la stessa cosa: il pericolo è rappresentato dall’evento calamitoso che può colpire una certa area (la causa), il rischio è rappresentato dalle sue possibili conseguenze, cioè dal danno che ci si può attendere (l’effetto).”
Già detto varie volte in altri modi: il rischio, per mezzo della commissione grandi rischi, va affrontato nell’ambito di margini che tengano in giusta considerazione la componente aleatoria (cioè la non prevedibilità deterministica degli eventi), della storia dei territori, della qualità degli edifici pubblici e privati, della capacità acquisita di una popolazione di reagire a fenomeni emergenziali e di procedere a evacuazioni ordinate e razionali, della disponibilità di strutture di gestione dell’emergenza (tende, ambulanze, mezzi dei VVFF, strutture sanitarie di emergenza).
Di fronte a uno scenario di mesi di sciame sismico, in un territorio ad altissimo rischio, con un pregresso di eventi disastrosi (il terremoto del ’700 a L’Aquila ma anche il terremoto del 1915 di Avezzano, 40km da L’Aquila) e una edilizia pubblica “perfettamente in linea con lo standard italiano” (cioè per l’80% inadeguata rispetto al rischio sismico calcolato), rispetto a tutto questo non si può accettare per buona la dichiarazione tranquillizzante della Commissione. Il suo compito non è la gestione dell’ordine pubblico o l’organizzazione della logistica pre-sisma. Il suo compito è calcolare e valutare per supportare la decisione.
Forse la domanda da porsi non è “perché la commissione non ha informato correttamente i cittadini?”, quanto piuttosto: “la commissione ha informato il capo della protezione civile, il governo e le amministrazioni locali della giusta dimensione del rischio?”
Se posta in questi termini la domanda necessita di risposta affermativa, altrimenti emergerebbe chiaro l’errore della commissione.
@marconi
la Commissione è sotto inchiesta proprio per non aver allertato la popolazione. Sono proprio i calcoli e la valutazione fatti con i dati disponibili che hanno portato la commissione ad essere tranquillizzante (e sotto inchiesta…). Lo sciame non aggiungeva, scientificamente, nulla più di quanto non avesse aggiunto in moltissime altre occasioni, in cui non si era lanciato nessun allerta. Migliaia di scuole pubbliche hanno esercitato, per anni, la loro funzione, pur essendo senza scale antincendio e, oggettivamente, in presenza di un rischio elevato che un pericolo determinante una veloce evacuazione, si presentasse. Secondo la logica di quel PM e di tanti Post, bisognava chiudere tutte quelle scuole fino a modifiche strutturali realizzate. Da quanti anni si costruiva in Abruzzo in quel modo vergognoso? Colpa della Commissione?
Conoscendo la situazione strutturale dell’edilizia locale, non c’era comunque il rischio che molti edifici fossero stati resi meno stabili dallo sciame stesso rendendoli a rischio anche senza un sisma di maggiore magnitudo?
Io non lo so, ma nel caso la commissione avrebbe sicuramente sbagliato (è il tipo di rischio che è suo compito segnalare).
Poi c’è il fatto che le dichiarazioni pubbliche particolarmente pittoresche non fanno parte dei suoi compiti (e come diceva Luca sono state decisamente fuorvianti).
Questo solo per dire che ripetere a oltranza “non si possono prevedere i terremoti” non chiude di per se la questione e che un’indagine approfondita non è di per se assurda (anche se poi si stabilisse, alla luce dell’indagine stessa, che la commissione ha fatto il suo dovere).
Senza contare che prima o poi i terremoti impareremo a prevederli (probabilmente con molti falsi positivi e falsi negativi), quindi aggiungere un “a oggi” non sarebbe male, tanto per evitare di ritrovarsi domani con l’ennesima convinzione antiquata in un tema scientifico.
Ro55ma, che tali scuole vadano chiuse sarei d’accordo anch’io. Ma se non succede e, anzi, nemmeno si pensa a effettuare gli adeguamenti necessari la colpa non credo sia della commissione grandi rischi.
@ryoga, non si poteva chiudere tutte quelle scuole, si poteva pianificare l’investimento necessario (come si è fatto, dove si è voluto, senza aspettare l’intervento di altri) e sperare che nel frattempo non si verificasse un incidente. Penso anch’io che la Commissione non ne abbia responsabilità ma, come capro espiatorio, funge benissimo.
@RO55MA
Dai miei commenti, che rileggo per rispondere meglio, vedo che la mia considerazione dell’operato della CGR dipende in modo sostanziale dalla sua ragion d’essere (comma 1 dell’art. 9 della legge istitutiva):
“La Commissione nazionale per la previsione e la prevenzione dei grandi rischi è organo consultivo e propositivo del Servizio nazionale della protezione civile su tutte le attività di protezione civile volte alla previsione e prevenzione delle varie ipotesi di rischio. ”
Previsione e prevenzione. Lo scienziato che decide di appartenere a una tale commissione decide di essere rispettoso della legge, innanzitutto quella istitutiva no? Dunque di contribuire a “prevedere” e “prevenire”.
Poi io sono un ingegnere, ho studiato sia il calcolo delle probabilità che la statistica e accetto le tue considerazioni. Ma non posso accettare che esista un organo consultivo che dopo aver suggerito male non affronti almeno una verifica pubblica.
Ma forse ora capisco che la questione è un’altra. Tu pensi che siccome non si può prevedere il terremoto, allora la CGR non ha suggerito male.
Può andarmi bene anche questa versione, purché si dica almeno che gli scienziati che ne fanno parte vi hanno partecipato “fingendo” di servire a qualcosa. Non credi?
Con delicatezza Luca ha scritto :
“Le persone con cui ho parlato pensano che invece anche da questi che sostengono oggi la responsabilità non fosse loro siano venute alla vigilia del terremoto rassicurazioni eccessive e perentorie che hanno trattenuto molti aquilani dal dare retta ai loro timori: e pensano che di quelle rassicurazioni si debbano prendere la responsabilità in quanto autorità pubbliche che le hanno espresse. I racconti di persone che non sono andate via, non sono scese in strada, non hanno dormito in macchina, malgrado le scosse e le paure precedenti perché gli era stato spiegato che non cera nulla da temere sono tantissimi.”
Sono stati di recente rinviati a giudizio con l’accusa di omicidio colposo plurimo e lesioni per il terremoto i sette componenti della commissione Grandi Rischi. Spulciando tra i magnifici sette spicca la personalità di Enzo Boschi, sodale di Gabriella Carlucci e pupillo del “divulgatore scientifico ” Antonino Zichichi, quello che spiega che la scienza è nata nella cultura cristiana (e non poteva nascere altrove) grazie alla Chiesa, che Galileo fu avversato non dalla Chiesa ma da filosofi aristotelici per questioni di rivalità tra accademici e che nel rinunciare a ciò che aveva scritto nel Dialogo sull’eliocentrismo, sapeva che qui c’era in gioco il secondo livello di credibilità scientifica, non il primo; che la Teoria dell’Evoluzionismo Biologico della Specie Umana (EBSU) non ha alcuna base matematica “eppure molti arrivano all’incredibile presunzione di classificarla come un’esatta teoria scientifica …Domanda: quali sono le equazioni di questa teoria? Risposta: non esistono” e altre amenità del genere che ne hanno rinforzato l’immagine di “grande scienziato” in Italia, e reso impresentabile all’estero dove fu considerato incompetente e inadeguato a ricoprire per esempio l’incarico di direttore del Cern di Ginevra a costo di aprire un penoso contenzioso col governo italiano che lo sponsorizzava.
Zichichi e i suoi pupilli, con la loro sciocca presunzione ben si accordano con con De Mattei, altro sacrestano travestito da scienziato, nominato vice-presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, dall’allora ministro Letizia Moratti (che per fortuna si sta levando dalle palle), quello che che i molti morti dei terremoti Dio li vuole. Dopo avere ascoltato questi “scienziati” che ancora dopo il 31 marzo 2009 avevano invitato gli aquilani a stare tranquilli ed a bere un bicchiere di montepulciano per far passare la paura del terremoto che nel giro di pochi giorni avrebbe distrutto L’Aquila, non c’è da meravigliarsi se anche tra persone che hanno o dovrebbero avere una solida base scientifica, si è diffuso uno scoramento che sta portando all’esaltazione di un ciarlatano, questo: http://www.youtube.com/watch?v=DU1D4EZ3548
@marconi, io non credo che la CGR abbia suggerito male, penso non fosse nelle condizioni di fare diversamente. Se avesse suggerito un’azione cautelativa per la popolazione, una delle tante che, col senno di poi, si sono elencate, dove avrebbe dovuto “collocare l’asticella” e sulla base di cosa? Consigliare di “stare attenti” (molto italiota…) o di non rimanere (per lavoro, per vivere, ecc.) in strutture non perfettamente in regola con le norme antisismiche, ovvero rispondere a centinaia di migliaia di persone che avrebbero chiesto quelle verifiche che… nessuno sarebbe potuto intervenire se non dopo mesi.
La CGR si suppone abbia già spiegato a chi di dovere che vivere alle pendici del Vesuvio, in strutture abusive oltre chè in aree non destinate alla residenzialità, è sbagliato, pericoloso, ecc. ecc. In realtà, siccome non può prevenire la prossima devastante eruzione, tutti quelli che ci vivono se ne impippano, tutti quelli che dovrebbero intervenire se ne lavano le mani e i PM non ritengono (per ora) che il problema valga fama, notorietà o semplicemente giustizia sociale.
“Ma date retta: andate a vedere, e a parlare con gli aquilani.”
Se non avesse limitato il suo ascolto alla cosidetta “razza padrona” roma-aquilana ( che comprende quella classe dirigente aquilana connessa al dopoterremoto da responsabilità pubbliche e profitti privati) forse non avrebbe scritto che “la gestione autoritaria fosse inevitabile e tutto sommato soddisfacente.”
Che i risultati insoddisfacenti derivino da quelle scelte può anche essere opinabile, ma ai blogger aquilani era evidente sin dal primo momento, voci deboli forse, ma non posso pensare ad una sua distrazione.
Che sia stato utilizzato il set aquilano per le politiche di consenso governativo fino a mostrare la ricostruzione avvenuta non può esserle sfuggito…
No, non le fa onore, mi scusi. Non dico altro.
Grazie per l’invito a parlarne, ma “Ma date retta: andate a vedere, e a parlare con gli aquilani.”
@RO55MA cosi’ dici che la CGR ha fatto il suo dovere, la Protezione Civile un po’ si e un po’ no, governo e amministrazioni locali non hanno controllato i cittadini e le imprese edili, i magistrati non indagano sulla qualita’ delle costruzioni perche’ inseguono altri livelli per questioni egoistiche. Insomma la colpa e’ un po’ di tutti tranne che della CGR. Questo si che mi sembra un po’ italiota: stamo a parla’ de tutto e de gnente! Io non condivido, sorry.
@marconi, si può essere dell’idea che la CGR abbia colpe (e oltre ai PM lo pensano in tanti) oppure no, come pensa il sottoscritto (e pochi altri) ma non suona un po’ “riduttivo” che il problema sia “delle politiche governative autoritarie e di consenso”, della “Commissione che non doveva tranquillizzare” e di tutto il resto (Amministratori e cittadini aquilani compresi) non si debba parlare che sennò “stamo a parla’ de tutto e de gnente!” ?
Gentile Luca Sofri,
mi permetto un commento sul concetto di “zingaropoli” citato a mio avviso superficialmente nel testo.
Questo weekend è stata forse la decima volta che torno all’Aquila.
Al ritorno a Milano mi sono ritrovata a riflettere sul fatto che all’incirca ogni sei mesi i discorsi degli aquilani non soltanto volgono al peggio, ma qualche nuovo fenomeno sociale emerge su quel territorio, che è sempre più terra di nessuno.
Questa volta il tema di ogni pranzo e di ogni cena è stato la sensazione di un mutamento radicale del tessuto sociale nell’aquilano. Detto in termini molto poco politically correct, il nuovo tessuto sociale dell’Aquila sarerebbe sempre più rappresentato da: romeni e napoletani. E’ una semplificazione, ma i racconti sono stati tanti e tali che giustificano almeno in parte questo atteggiamento.
Tra i tanti (tralascio gli svariati casi di accoltellamenti nei bar la sera) ne cito uno di un amico. Lo chiamerò F.
F. – “terremotato” ovviamente, ha lasciato insieme alla famiglia la sua sistemazione provvisoria in una frazione a circa 15 km dall’Aquila per un’altra sistemazione provvisoria, dopo che anche lui, come molti vicini di casa, è stato vittima di un furto d’auto (sono entrati in casa mentre la madre e sorella stavano dormendo). F. ha deciso che davvero quella zona non era più sicura. Purtroppo non si tratta di un singolo episodio. In quella zona (Sassa, si veda http://www.ilcapoluogo.com/News/Cronaca/L-Aquila-piu-furti-meno-vivibilita-53127) pare siano state rubate negli ultimi mesi tra le 600 e le 700 autovetture.
Pare che il tragitto che queste macchine rubate fanno sia ormai noto alle forze dell’ordine, ma che serpeggi il timore di mettere posti di blocco per fermare il fenomeno. “Mica sapppiamo chi ci troveremmo di fronte” pare sia stata un’affermazione scappata all’incauto funzionario, spaventato dalla nuova fauna locale.
Già perchè a Cop Land, come è goliardicamente soprannominata l’Aquila per via della massiccia presenza di caserme sul territorio, il controllo continua a essere pressante solo sui giovani, i pochi rimasti. Troppo spesso trattati come criminali per una birra di troppo, sono loro la generazione che paga e pagherà il prezzo più alto di questo terremoto. Chi può scappa. L’Aquila è terra di nessuno. Di sicuro non dello Stato italiano.
Non è un commento particolarmente originale: l’articolo a me è piaciuto molto e quelle foto in bianco e nero sono molto eloquenti!