Chi era Nicolò Paganini?

di Filippo Facci

Lo racconta un capitolo del nuovo libro di Filippo Facci, "Misteri per orchestra"

Prima bisognerebbe spiegare che cos’è davvero un violino e perché è considerato il sovrano degli strumenti musicali: bisognerebbe spiegarlo anche se una risposta esauriente non c’è. Si dice che abbia una versatilità unica, che possa imitare indifferentemente il pianto di un bambino o il raglio di un asino, che nient’altro possa produrre melodie di così lancinante bellezza: ma sono risposte che paiono ogni volta insufficienti. La genesi del violino già la dice lunga. Il più vecchio strumento mai costruito venne fabbricato dal cremonese Antonio Amati nel 1564 ed è conservato all’Ashmolean Museum di Oxford; nello stesso museo è conservato anche il violino più famoso, il Messiah, costruito da Antonio Stradivari centocinquant’anni dopo e ancor’oggi perfetto perché non è stato suonato praticamente mai. Sin da subito, quando fu inventato all’inizio del Cinquecento, il violino attirò le ire e gli amori riservati a ciò che è destinato a sovvertire le cose: si cercò di snobbarlo e di liquidarlo come uno strumento da saltimbanchi, un ambiguo e secondario accompagnamento delle danze a cui preferire la viola o il violoncello o il liuto. Poi, però, quando la regina di Francia Caterina de’ Medici lo sdoganò nel bel mondo, si cominciò addirittura a temerlo.

La Chiesa lo mise al bando e alcuni editti ne ordinarono la sistematica distruzione: in quel suono c’era qualcosa che non andava. E sarà stata la sua impressionante assonanza con la voce umana, ma le prime associazioni tra violino e demonio iniziarono allora: di lì in poi, per qualche ragione, nessuno si sarebbe mai più sognato di immaginare che un demone potesse suonare, chessò, la tromba, la cetra, o anche solo la viola. Il diavolo, allora e per sempre, avrebbe suonato il violino. Accadeva mentre la famiglia Amati, a Cremona, aveva già portato lo strumento a livelli eccellenti di perfezione. Le sue diverse parti erano contraddistinte in termini corporei e sensuali: il collo, il dorso, le costole, la pancia, le curve concave e convesse, soprattutto quei fori armonici – già allora di inarrivabile precisione e bellezza – che Man Ray disegnerà nel 1924 sulla schiena di una modella nuda, immortalandoli nel Violon d’Ingres.

Già allora, nel Cinquecento, i vari pezzi venivano costruiti con legni diversi e si comprese che la scelta della vernice condizionava l’acustica, impegnando i liutai in discussioni infinite che proseguono ancor oggi. Capita che un violoncello Amati del Cinquecento sia ritenuto migliore di strumenti modernissimi. Un violino deve essere vecchio per suonare bene, c’è poco da fare: deve cioè conoscere il proprio padrone e adattarvisi, dimostrare memoria e fedeltà. Non si sa bene perché, ma è così. Chiedere a un violinista di cambiare strumento è come chiedergli di cambiare moglie: una follia, o una tentazione vertiginosa. Maksim Vengerov, uno degli artisti più dotati dell’ultima generazione, parlò infatti di matrimonio: nel 1997 per il suo Stradivari Kreutzer pagò quasi un milione
di sterline.

Le violiniste hanno con lo strumento un rapporto ancor più fisico, quasi fosse un’estensione di loro stesse: la tedesca Anne-Sophie Mutter rinuncia alla spalliera e suona il suo Stradivari appoggiato sulla spalla nuda, mentre la giovanissima sovietica Viktoria Mullova, nel 1983, riuscì a passare il confine dopo aver lasciato il suo Stradivari in albergo: il Kgb, che la sorvegliava, perse tempo prezioso perché ritenne impossibile che l’avesse abbandonato. Sulla supremazia dei violini Stradivari, poi, siamo al mistero nel mistero. L’arte di questo artigiano cremonese, a oltre duecentocinquant’anni dalla sua morte, resta un enigma: la potenza e la corposità ottenuta dal suono dei suoi strumenti sono impressionanti anche nell’eseguire i pianissimo.

Gli Stradivari in buone condizioni valgono milioni di euro e sono suonati dai migliori esecutori del mondo: solo un altro liutaio cremonese, Giuseppe Guarneri detto «del Gesù», mantiene una reputazione paragonabile. Né la scienza né la moderna liuteria, per il resto, sono riuscite a fornire risposte convincenti sul perché i violini costruiti da Antonio Stradivari siano incomparabilmente i migliori: non è chiaro chi gli abbia insegnato il mestiere, non è chiaro perché la sua tecnologia rinascimentale sia rimasta insuperata, non è chiaro perché i suoi successori non riuscirono minimamente a eguagliarlo. Si sa che Stradivari nacque probabilmente come falegname e che fu impareggiabile anche nel decorare i ricci del manico, nell’inserire i filetti ornamentali, nell’intagliare i fori armonici; si sa che ascoltava direttamente le richieste dei musicisti e che fece incessanti sperimentazioni alla ricerca del suono perfetto: anche i suoi violoncelli sono i più apprezzati del mondo. E dire che per svelare il mistero le hanno tentate tutte.

Gli strumenti di Stradivari sono stati smontati e rimontati, replicati, esposti alla luce ultravioletta, esaminati al microscopio, sottoposti ad analisi chimiche e a sofisticate tecniche di imaging. Non sono giunte testimonianze circa la composizione delle vernici che usava, sicché gli strati residui sono stati analizzati con spettrometri e con la diffrazione dei raggi X: ma senza risultati apprezzabili. L’adozione di una tecnica usata in ambito archeologico – la dendrocronologia, che analizza gli anelli del legno ed è in grado di risalire alla datazione precisa dell’albero utilizzato – ha permesso di concludere che in Europa, tra il 1645 e il 1715, ci fu una piccola era glaciale che favorì la crescita di alberi dal legno eccezionale e che permise a Stradivari, forse, di costruire strumenti irripetibili: il dettaglio è che lo stesso legno, proveniente perlopiù da valli del Trentino, fu usato anche dagli altri liutai cremonesi ed europei. La dendrocronologia in definitiva ha permesso soltanto di smascherare molti falsi Stradivari, costruiti quando lui era già morto da un pezzo. Altro uovo di Colombo era sembrata la scoperta di una polvere situata tra il legno e la vernice degli Stradivari, una sorta di cenere vulcanica che forse l’artigiano usava come impermeabilizzante: ma la maggior parte degli studiosi l’ha giudicata ininfluente.

Suggestiva, ancora, l’ipotesi che il declino degli strumenti cremonesi sia legato all’avvento di Napoleone: le strade da lui costruite soppiantarono i fiumi come mezzo di trasporto dei tronchi, e forse l’acqua aveva effetti benefici sul legno; interessante, infine, l’idea che il segreto potesse nascondersi nell’utilizzo di ceppi della marina veneziana, impregnati di sale. In entrambi i casi però si parla di legno che fu usato anche dagli altri liutai. La morale è che gli strumentisti di oggi che preferiscono strumenti moderni restano un’esigua minoranza: con la complicazione che gli Stradivari sono destinati a un progressivo logoramento – come tutto, a questo mondo – e che i violini ancora validi non superano la cinquantina. Ogni evoluzione tecnica, sin dal Cinquecento, poggiava naturalmente sulle imprese dei compositori e degli esecutori che portarono l’arte del violino all’eccellenza.

Il primo fu senz’altro Arcangelo Corelli, un romagnolo considerato tra i più importanti compositori dell’età barocca e che diede un contributo fondamentale allo sviluppo del cosiddetto «concerto grosso».

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