Il giorno in cui arrestarono Enzo Tortora

Il giorno in cui i carabinieri arrestarono Enzo Tortora, io scoppiai a ridere. Noi scoppiammo a ridere, perché con me c’erano un po’ di amici, ragazzotti come me: pensavamo che fosse divertente vedere uno famoso nei guai grossi. E poi pensare a Tortora, così affettato ed educato, mentre spacciava eroina per conto della camorra. Be’, insomma, ci mettemmo a ridere. Mi è venuto in mente oggi perché sono passati esattamente 25 anni dalla sua condanna. Lo avevano arrestato il 17 giugno 1983 a Roma: lo portarono fuori dall’Hotel Plaza, in via del Corso. Era in manette e avevano chiamato fotografi e televisioni per farlo vedere. Oggi non si può più, le manette le coprono con giubbotti e felpe, nelle fotografie vengono pixelate. Allora volevano proprio farlo vedere Tortora in manette.

Non c’era niente da ridere, proprio niente. Lo avevano arrestato perché due pentiti dicevano che era il corriere della droga della Nuova Camorra Organizzata. Sì: il corriere della droga. Perché lo accusassero è un mistero. I due pentiti si chiamavano Giovanni Melluso e Giovanni Pandico. Melluso lo chiamavano “Gianni il bello”. Tutto nacque, sembra, da un’agendina trovata a casa di un altro camorrista. C’era un nome che poteva sembrare quello di Tortora con a fianco un numero di telefono. Una perizia stabilirà poi che il nome era in realtà Tortona e che quel numero con Enzo Tortora non c’entrava nulla. Ma ormai il grande gioco si erra messo in moto. Ai due pentiti se ne aggiunsero altri tra cui Pasquale Barra, uno famoso per essere il killer delle carceri. Lo chiamavano o’ animalo: nel carcere di Badu ‘e Carros, insieme a Vincenzo Andraus, uccise Francis Turatello. Già che c’era lo sbudellò e gli morse il cuore.

Insomma, tutti questi signori accusavano Tortora. Alla fine ad accusarlo erano 19 pentiti. Diciannove. Una strana coppia sostenne pure di aver visto Tortora spacciare droga nei camerini di Antenna Tre. Si capì presto, o almeno lo capimmo in tanti, che era tutta un’infamia. Meglio, un’infamità, come dicono in carcere. E poi a Enzo Tortora eravamo tutti un po’ affezionati, Portobello in fondo era una delle poche trasmissioni guardabili. Un giorno ci andò uno che voleva spianare il passo del Turchino per eliminare la nebbia in Val Padana. Poi telefonarono quelli che sul Passo del Turchino abitavano. C’era la Lino Patruno’s jazz band, c’erano il centralone e Reneé Longarini. Il pappagallo di Portobello però non si sopportava. La trasmissione ovviamente non andò in onda per un sacco di tempo.

Nel giugno del 1984 i radicali candidarono Tortora al Parlamento Europeo. Lui, nel frattempo, era ai domiciliari dopo essersi fatto un bel po’ di cella. Lo votai, come l’anno prima avevo votato Toni Negri candidato al Parlamento. Erano storie diversissime le loro, però simbolo di una tipo di giustizia storta. Negri era stato arrestato come capo delle Brigate Rosse, dicevano che era stato lui a fare l’ultima telefonata alla famiglia Moro (fatta in realtà da Valerio Morucci). L’Espresso pubblicò un disco in cui si confrontavano la telefonata vera e la voce di Negri. Anche un mezzo sordo si sarebbe accorto che non c’entravano nulla. Negri fu eletto, poi scappò in Francia quando il Parlamento stava per dare l’autorizzazione a procedere, cosa che non accadeva mai. Anche Tortora fu eletto. Insomma, quelle due volte votai Radicale, ma non erano ancora arrivati Capezzone ed Elio Vito.

Il 17 ottobre 1985 Tortora venne condannato a dieci anni sulla base delle accuse dei pentiti. Dicono che quando il giudice emise la sentenza, tanti giornalisti festeggiarono e poi brindarono. Un magistrato urlò: «Lei è stato eletto con i voti della camorra». Il 15 settembre 1986 la Corte d’Appello di Napoli ribaltò la sentenza di primo grado: Tortora innocente. Tutto ciò che era stato detto, scritto, testimoniato? Non era vero niente. Il 20 febbraio 1987 Portobello tornò in onda. Quando finì la sigla iniziale Tortora disse «Dunque, dove eravamo rimasti?». Si commossero in tanti. Il 17 giugno 1987, a quattro anni esatti dal giorno dell’arresto, la Cassazione confermò l’assoluzione. Tortora ormai era malato di cancro. Non so se sia stato il carcere a fargli venire il tumore, di certo la galera e l’infamia non l’hanno aiutato a vivere. Quando morì, il 18 maggio 1988, c’era ancora un sacco di gente convinta che fosse colpevole, che fosse davvero un camorrista.

Uno poi le storie le ricorda come vuole e le racconta come se le ricorda. Io quella di Enzo Tortora me la ricordo così. E chiedo scusa, per quello che vale, a chi gli ha voluto bene. Chiedo scusa per quella risata bastarda.

La storia di Enzo Tortora

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