Un’intesa che va oltre il sistema elettorale

Come si diceva nei giorni scorsi, quelli della falsa turbolenza: da gennaio a oggi il patto del Nazareno ha funzionato troppo bene, soprattutto per Matteo Renzi, perché potesse finire archiviato in omaggio a una incerta navigazione parlamentare tentando accordi a destra e a sinistra.

Quella chiusa a palazzo Chigi può essere definita una versione leggera dell’accordo sul quale continua a fondarsi la centralità renziana sulla scena politica. Ma sarebbe molto sorprendente se la futura legge elettorale si discostasse troppo dalla formula sulla quale è atterrato il premier. Berlusconi non ha dato il via libera al premio di maggioranza per la lista e al 3 per cento di soglia minima di accesso, però su questi due paletti esiste già una eventuale maggioranza parlamentare senza Forza Italia: più facile che i forzisti alla fine si acconcino, magari con un’estrema (e condivisibile) resistenza su quota 4 per cento per i partiti minori.

Ben oltre i dettagli, vale il senso politico dell’evento. La nettezza con la quale si ribadisce l’obiettivo 2018 per la legislatura. L’urgenza condivisa di votare in senato sul nuovo Italicum entro dicembre. Due impegni che, incrociati fra loro, ne producono un terzo, implicito: il passaggio della successione di Napolitano al Quirinale potrà essere lungo o rapido, riserverà sicuramente sorprese quanto ai candidati, ma almeno in partenza verrà gestito all’interno del perimetro della maggioranza della riforme istituzionali.

Rimane l’amarezza per una formula ideale che non s’è concretizzata: la scelta degli eletti in collegi uninominali. Si dirà che il mix tra capilista bloccati e preferenze produrrà un parlamento a sua volta diviso tra nominati e capicorrente. Che però, a ben guardare, è ciò che è sempre stato sia nella Prima che nella Seconda repubblica, ed evidentemente continuerà a essere nella Terza.

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