Gli statali alla prova d’orgoglio

Se Matteo Renzi e Marianna Madia porteranno a casa anche solo la metà dei cambiamenti nella pubblica amministrazione che hanno annunciato, il loro temerario account di posta elettronica rivoluzione@governo.it rischierà di assumere un significato letterale, mica tanto provocatorio o propagandistico come appare adesso.
Non so se la coincidenza sia voluta, ma si può anche dire che l’operazione varata dal governo è un modo peculiare ma assolutamente appropriato di festeggiare oggi il Primo Maggio. Perché quello degli “statali” è un popolo di lavoratori che da anni vede i propri compiti, funzioni e status sociale disprezzati e umiliati dall’inefficienza della macchina e dall’insoddisfazione degli utenti.
Alle intenzioni e alle possibilità di Renzi si può credere, o no. Ma è innegabile che ora la pubblica amministrazione possa giocarsi un’irripetibile chance di rialzare la testa e di mettersi al passo con i tempi, con i confronti internazionali, con le necessità del rilancio dell’economia e con le attese dei cittadini.
Intrecciando abilmente i tempi lunghi necessari alla stesura della riforma e le richieste da parte dei sindacati di poterla contrattare, il premier inaugura un meccanismo di consultazione aperta in rete che demolisce i tradizionali “tavoli” di mediazione (e di neutralizzazione).
I sindacati ruggiranno, per alcuni delle misure che li colpiscono anche direttamente in alcune prerogative e per il metodo che rischia di scavalcarli, ma possono solo accettare la sfida del cambiamento. Del resto, il governo ha anticipato l’eterno argomento posto a sbarramento dei tentativi di introdurre negli uffici mobilità e riconoscimento del merito: saranno infatti i dirigenti pubblici i primi a doversi confrontare con le novità che mirano a illuminare gli angoli oscuri dei privilegi e dell’imboscamento.
Anche se il governo spera di realizzare consistenti risparmi, Renzi non presenta la sua riforma della pubblica amministrazione come una manovra di tagli e legnate, che magari solleticherebbe gli umori acidi di chi liquida il pubblico come un’accozzaglia di sfaticati travet. Al contrario, chiama il popolo dei civil servant a un moto di orgoglio e di responsabilità. Quasi a una rivoluzione.