Penati e Lusi non sono ancora il passato

La cronaca giudiziaria ci risbatte in faccia, sovrapposte, due storie che magari vorremmo dimenticare, e che invece è doveroso tenere vive e presenti tanto più ora che si parla di una “rifondazione” del Partito democratico.
Il Pd in quanto tale non c’entra, né con la concussione addebitata all’ex diessino Filippo Penati né con i furti dei quali è imputato l’ex diellino Luigi Lusi. Ma quando, anche con abbondanza di retorica, ci si rifà alle radici e alle tradizioni dei democratici, sarebbe troppo comodo aggirare le diramazioni marce di queste ascendenze.

Penati a Monza si fa tentare dalla prescrizione. Lusi a Roma viene inseguito dalle testimonianze d’accusa di chi s’è fidato di lui.
La fiducia, appunto: in Bersani e Rutelli abbiamo due leader, fondatori del Pd, che di queste vicende sono stati vittime avendo però prima peccato nel dare fiducia alle persone sbagliate, dentro due sistemi (istituzionale per Penati, di partito per Lusi) che lasciavano spazi a opacità e illegalità.

Quando ci interroghiamo sulla diffidenza e sulla caduta di consenso verso il centrosinistra non dimentichiamo che, per quanto ora appaiano distanti, questi precedenti sono vivi e presenti nella memoria degli elettori, nonostante gli sforzi compiuti per svuotare il bacino pieno di soldi nel quale quei pesci hanno potuto nuotare.
Qui non si tratta di campagne giornalistiche o di faziosità politiche. A Monza e a Roma i processi ricostruiscono fatti. Nella sua rifondazione, a chi dovrà condurla, al Pd toccherà di produrre altri fatti, simbolicamente opposti e altrettanto potenti, su finanziamento della politica e non solo. Le ferite sono ancora aperte.

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