Un cappio nel buio

Gli striscioni con la foto gigante di Sakineh sono ancora appesi un po’ dappertutto, sulle facciate degli edifici pubblici. E Sakineh Mohammadi Ashtiani per fortuna è ancora viva, chiusa in qualche carcere del regime iraniano.

Shahla invece è morta. Non c’è nessuna gigantografia di Shahla appesa in Italia, nessuno ha mai messo la sua fotina al posto della propria su Facebook, non ci sono state fiaccolate né pronunce ministeriali. Così, almeno per quanto riguarda l’Italia, il cui cuore batte giustamenre per Sakineh, Shahla Jahed ieri ha potuto essere appesa a un cappio nel carcere di Evin senza il minimo tentativo di salvarla.

Dicono che il suo caso fosse diverso da quello di Sakineh. In effetti, non ha mai rischiato la lapidazione per adulterio: visto che la sua posizione era formalmente corretta (“moglie provvisoria” di un noto calciatore, cioè concubina riconosciuta dalla legge islamica), l’accusa è sempre stata direttamente di omicidio (la vittima era la “prima moglie” dell’uomo, Nasser Mohammad Khani): quindi condanna all’impiccaggione, ciò che rischia adesso Sakineh dopo la rinuncia alla lapidazione.

A parte il forte elemento simbolico dell’uccisione a colpi di pietre, il caso non è dunque così diverso. O meglio è diversissimo: Sakineh è viva, in qualche modo protetta dal suo essere diventata un caso mondiale; Shahla è morta perché, nonostante l’impegno di Amnesty International, in otto anni il suo caso fuori dall’Iran non è mai diventato abbastanza clamoroso da smuovere i media, le diplomazie, i big che hanno invece firmato appelli per Sakineh, l’opinione pubblica occidentale. Sicuramente, non quella italiana.

Questa storia insegna qualcosa, e non solo sulla crudeltà della legge islamica. Qualcosa sui meccanismi del circuito mediatico mondiale, sul terno al lotto (un buon avvocato? un articolo di giornale?) che può farti diventare un simbolo, e proteggerti, oppure ricacciarti quasi anonima nelle braccia della vendetta di stato. E qualcosa su di noi, sul nostro bisogno di sentirci ciclicamente protagonisti di una crociata umanitaria ignorando – o volendo ignorare – che quasi sempre si tratta solo di uno sparo nel buio.