Storia di un’illustrazione

A settembre 2013 il New Yorker mi chiese di illustrare un articolo di Mattathias Schwartz, Drug war in Honduras: raccontava che gli Stati Uniti stavano perdendo la guerra contro il traffico di droga, e in particolare a La Moskitia, un avamposto in Honduras di strategica importanza per lo smistamento degli stupefacenti oltre il confine. Schwartz raccontava le molte difficoltà nel contrastare il traffico di droga, in particolare quella di intercettare i numerosi veicoli di terra, mare e aria utilizzati dai narcotrafficanti per arrivare negli Stati Uniti. A questo si aggiunge l’aumento del consumo di droghe nel paese, che è tornato a essere una piaga sociale.

Gli articoli del New Yorker sono spesso lunghi tra tra le 15 e le 20 pagine, fitte da leggere, mentre il tempo disponibile per realizzare gli schizzi e le illustrazioni definitive è solitamente di quattro giorni. Inoltre è raro che la prima proposta vada subito in porto: una volta mi è addirittura capitato di realizzare 20 diversi schizzi prima che ne venisse approvato uno. Anche in questo caso, l’elaborazione è stato piuttosto travagliata.

Per prima cosa ho realizzato quattro proposte.

L’art director del New Yorker – dopo aver consultato editor e direttore – ha scelto la seconda proposta.

New Yorker - Drug war in Honduras 1

L’illustrazione era ormai definitiva ed era tutto pronto per andare in stampa, ma l’articolo non fu pubblicato alla data prevista per lasciare spazio ad articoli di maggiore attualità, che avevano avuto la precedenza. Da allora sono stato ricontattato altre due volte. La prima dopo un mese, quando mi venne chiesto di modificare l’immagine dando maggior enfasi alla droga e aumentando il numero di veicoli.

New Yorker - Drug war in Honduras 2

E la seconda a dicembre, quando l’art director mi disse che l’articolo sarebbe stato pubblicato di lì a poco, ma che era stato notevolmente modificato e che era necessario ripensare anche all’immagine.

Per fortuna ne avevano già scelta una adatta tra gli schizzi che avevo consegnato a settembre. Era proprio quello che avevo aggiunto per “fare numero”, e che ritenevo però di scarso impatto visivo e concettuale: la pila di sacchi di cocaina. Ho iniziato a pensare a come recuperare il disegno e renderlo adatto a comparire in piena pagina, e mi sono ricordato di una bellissima mostra collettiva al museo Kiasma di Helsinki che avevo visitato nel 2011. Si chiamava Reality Bites e mi erano piaciuti soprattutto i lavori di Janne Nabb e Maria Teeri: tavole ad acquerello che rappresentavo in maniera assolutamente realistica tutti gli oggetti presenti in studio (o in soffitta). Anche se erano soprattutto scatoloni con il nastro adesivo ancora attaccato, pieni di detersivi e cianfrusaglie, il progetto era superbo e molto interessante. Su loro esempio ho realizzato i sacchi in modo abbastanza realistico – cosa che faccio raramente – includendo luci, ombre, nastro adesivo, elastici e tutto quel che mi veniva in mente e mi sembrava utile per caratterizzarli e dare peso all’immagine. L’immagine è stata finalmente approvata e pubblicata a gennaio 2014.

New Yorker - Drug war in Honduras 3