Sogni duri a morire

Vuoi uscire, fuori piove e non ami gli ombrelli. Ovvio: o ti bagni o resti a casa.

Vuoi volare, sei su un picco alpino e non hai il parapendio. Ovvio: o ti schianti o stai fermo.

Ragionamenti chiari, semplici, testati ed incontroversi. Eppure, come mi ha tristemente ricordato una conversazione con un cliente, proprio questo tipo di logica sembra rompersi irrimediabilmente quando siamo confrontati con dei fatti che non sono di natura fisica oppure che contraddicono i nostri desideri. In questi casi finiamo per assoggettarci allegramente a teorie cospiratorie del tipo riscontrato negli aderenti alla Flat Earth Society.

Classico esempio è quello in cui i nostri averi finanziari o portafoglio d’investimenti non producono quello che noi vogliamo. È un problema che è divenuto molto più endemico da quando all’inizio di questo secolo le politiche monetarie hanno prodotto situazioni che non combaciano con la prassi storica. (In realtà i giapponesi conoscono bene questo problema da ancor più tempo, ma non hanno veramente fatto nulla per educarci sul come gestire la cosa.)

In parte questo è un problema di prospettiva. Se consideriamo i flussi di spesa e i rendimenti legati ad un portafoglio in termini reali, tenendo cioè conto dell’impatto dell’inflazione, tra gli anni ’70 e ’80 si ebbero condizioni molto simili a quelle attuali. Ma non ce ne accorgevamo perché con tassi al 14% o più eravamo felici nelle nostre entrate senza curarci né delle spese per vivere né dell’implicito ‘ammortamento’ del portafoglio stesso (in termini sempre di potere d’acquisto).

Lasciando da parte giustificazioni ancillari, il problema di base è che non vogliamo accettare una realtà ben conosciuta dagli studiosi della materia: negli investimenti l’unico fattore sul quale possiamo avere un controllo è il rischio che prendiamo, rischio che in pratica si riduce a quanto azionario abbiamo in portafoglio. Questo livello di rischio a sua volta dev’essere connesso all’orizzonte temporale degli investimenti. Sui rendimenti stessi, cioè su quanto il portafoglio ci possa dare in termini di beneficio economico, c’è poco da fare: essi saranno quelli che saranno.

Questa è una verità che spesso non ci piace, e per questo diventiamo più ricettivi a idee o prodotti azzardati, che l’evidenza storica ci dice che non funzionano e addirittura danneggiano. Come se ci convincessimo di uscire senza l’ombrello, nella speranza di evitare ogni goccia (che fatica), oppure di gettarci senza il parapendio, credendo di poter finire in un invisibile laghetto (che culo).

Gestori promotori consulenti e altri si sforzano di darci la sensazione che, infatti, la terra sia piatta. Magari c’incoraggiano con proposte “innovative” o furbamente complesse, facendoci pagare cifre sproporzionate ai rendimenti e al lavoro fatto (The world of finance hails the invention of the wheel over and over again, often in a slightly more unstable version (1). John Kenneth Galbraith). E questo è comprensibile, se non addirittura giusto: visto che comunque una buona parte degli investitori non crede ai risultati ed analisi passate, tanto vale inventarsi qualcosa di convincente altrimenti il cliente va altrove.

Alla fine i soldi sono vostri, cari investitori. Cercate di informarvi bene e prendere decisioni coerenti con i fatti.

(il post originale lo trovate qui)

Roberto Plaja, 14 ottobre 2020

Nota – (1) Il mondo della finanza continua, ogni volta, ad acclamare l’invenzione della ruota, spesso in una versione un po’ più instabile.