Miss Holocaust Survivor

“Ma come fai a trovare tutte quelle idee?”

È una domanda che mi viene fatta spesso, da chi non fa il mio lavoro. Chi non racconta storie per mestiere pensa che ci sia una specie di magia per la quale le idee arrivano e basta. E in un certo senso è così, anche se pensare “Ora mi faccio venire un’idea” è, nella mia esperienza, l’unico modo sicuro per NON avere idee. Però, un po’ è vero: le idee arrivano e basta.
O meglio, bisogna saperle cercare.

Ascoltare, leggere tutto, leggere di tutto. Stare con le metaforiche orecchie narrative ben tese. E dopo qualche tempo, cercare e riconoscere le buone storie diventa un istinto. Qualcosa che clicca dentro di te, quando senti una storia e dici: questa promette bene, questa deve diventare un fumetto, o un film. Quando succede, lo riconosci.
Quando il mio amico e collega Radek Wegrzyn mi ha raccontato la sua idea del film della mucca, è successo esattamente questo. Ed è successo anche quando mi ha raccontato questa storia.

Ad Haifa, in Israele, c’è una casa di riposo, creata dall’associazione Yad Ezer L’Haver (“Una mano d’aiuto da amici”) di Shimon Sabag, insieme all’International Christian Embassy, un gruppo di volontari cristiani evangelici di Gerusalemme.
Sabag ha creato Yaz Ezer L’Haver dopo un pauroso incidente stradale, un’esperienza che gli ha cambiato la vita. In ospedale Sabag promise che se fosse tornato a camminare, avrebbe fatto qualcosa in onore di Dio. Guarì, e aprì una tavola amica per i poveri. Pian piano, però, notò che tra i poveri che venivano a mangiare alla sua tavola amica c’erano parecchi sopravvissuti e sopravvissute all’Olocausto. Sabag scoprì che più del 30% dei sopravvissuti all’Olocausto in Israele vive sotto la soglia di povertà. Entrato in contatto con la Christian Evangelic Embassy di Haifa, e col loro aiuto e con donazioni da tutto il mondo, ha aperto la casa di riposo.
Fin qui, una storia interessante, ma nulla più.
Ma entra in scena Miriam Grinberg, psicologa.

La dottoressa Grinberg lavorava da tempo con i sopravvissuti e soprattutto le sopravvissute all’Olocausto, cercando di curare il fortissimo disagio psicologico di queste persone. Paranoia, depressione, abuso di psicofarmaci, il survivor’s guilt (il rimorso per essere sopravvissuti), insonnia. E soprattutto i ricordi di quello che hanno subito, in particolare le donne. Donne maltrattate, violentate, abusate. Donne che, come notò la dottoressa Grinberg, non hanno mai vissuto una vera infanzia e una vera adolescenza: i loro corpi sono stati, come in tutte le guerre, i primi campi di battaglia. Donne che non hanno mai potuto sentirsi femminili, affascinanti. Che non hanno mai potuto avere un rapporto positivo col loro corpo. Donne che non hanno mai potuto sentirsi belle.
La dottoressa Grinberg ha avuto allora un’idea dirompente.
Un concorso di bellezza per sopravvissute all’Olocausto. The Miss Holocaust Survivor Beauty Pageant. Una serata in un teatro di Haifa in cui le partecipanti, tutte anziane signore sopravvissute all’Olocausto, si mettono in ghingheri, si truccano e sfilano, sotto la supervisione di una vera ex-Miss Israele. C’è un red carpet, c’è una passerella, c’è un pubblico. Come un vero concorso di bellezza. Ma qui non vince la donna più bella. Vince la donna con la storia più bella.

Le signore hanno l’opportunità di raccontarsi, ma senza dare necessariamente spazio solo alle sofferenze della Shoah. Anzi: i loro racconti vertono quasi sempre sul dopo.
Storie di donne che, pur avendo passato le ore peggiori del Ventesimo Secolo, non solo sono sopravvissute, ma sono andate avanti, emigrando in Israele o negli USA. Donne che sono diventate insegnanti, pittrici, segretarie, professoresse; e poi mogli, madri, nonne, bisnonne. Insomma, donne che hanno avuto un intero secondo atto, nella loro vita, fatto di gioia, imprese, trionfi, avventure.

Come Rita Kassimow Brown: quando i nazisti arrivarono a Turmontas, il suo paesino (oggi in Lituania), lei, i suoi due fratellini e i suoi genitori scapparono in una fattoria di un amico del padre. Là, il padre di Rita costruì un nascondiglio sotto una stalla: nient’altro che un buco nel terreno. I genitori di Rita uscivano dal buco solo per cercare cibo. Rita e i suoi fratelli non uscivano mai.

Rita è rimasta in quel buco per diciotto mesi.
A un certo punto, per disperazione, tentò il suicidio ingoiando bottoni.

Ma si salvò. Non solo: tutta la sua famiglia si salvò, e dopo la guerra emigrò in America. Rita si è sposata due volte, ha avuto figli e nipoti, ha scritto un libro, dipinge e ora vive allo Yad Ezer.

Per la dottoressa Grinberg, il concorso è un modo per ridare a queste donne un po’ di autostima, per mostrare loro che non sono solo testimoni viventi dell’Olocausto, per quanto importanti, ma donne che hanno vinto. Usare l’involucro di uno degli show più superficiali della nostra epoca per raccontare invece qualcosa di profondo e positivo. Usare gli stereotipi più logori della bellezza esteriore per raccontare a tutti qualcosa che ha molto a che fare con la bellezza interiore.

Naturalmente, un concorso del genere porta con sé parecchie controversie, soprattutto in Israele: l’ex deputato della Knesset Colette Avital ha definito il concorso “macabro”. Le partecipanti, però, sembrano approvare l’idea: anzi, affermano che il concorso, oltre ad essere un gran divertimento, le ha aiutate, ha fatto loro del bene. Infatti, il concorso continua: il 14 ottobre si è tenuta l’ultima edizione.

Quando abbiamo saputo di questa storia, io e Radek abbiamo deciso che DOVEVAMO raccontarla. Il famoso istinto. Non solo: abbiamo deciso che sarebbe stata la prima produzione della nostra neonata – e per ora molto piccola – casa di produzione, Magical Realist. L’idea era di trovare il budget con calma, come si fa in questi casi, e poi girare questo documentario lungo. Ma data l’età delle partecipanti al concorso, quest’anno il Miss Holocaust Survivor Beauty Pageant (svoltosi il 14 ottobre) potrebbe arrivare alla sua ultima edizione. Questo concorso potrebbe essere stato l’ultimo, insomma.

Per cui abbiamo gettato il cuore – e il budget – oltre l’ostacolo, e stiamo già girando Miss Holocaust Survivor, il nostro primo documentario. Radek dirige, io produco. Ma questo piccolo budget non basterà, non può bastare: perché i soldi che abbiamo non coprono tutte le spese delle riprese in Israele, e soprattuto perché stiamo continuando a trovare storie. Storie che magari non entreranno nel film, ma che vogliamo salvare.

Per questo, oggi parte anche una raccolta fondi su Kickstarter: per finire il film, ma anche e soprattutto per far conoscere questo film al pubblico e salvare altre storie. Uno dei perk, Adotta una Storia, farà proprio questo, consentendoci di riprendere altre sopravvissute all’Olocausto. Altre storie che poi renderemo disponibili sul sito del film, con licenza Creative Commons, così che siano accessibili a scuole, università, centri studi.
Storie da salvare, insomma.
La raccolta fondi è un all-or-nothing: o riusciamo a raccogliere i fondi, o niente.
Quindi, se vorrete aiutarci, e diffondere questa storia (su Facebook, Twitter o Instagram) ne saremo felici.

Questa storia ci ha trovati. Ora, non vediamo l’ora di raccontarvela.

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