“Banana”: felici, non contenti

Questo è un post breve su un film piccolo. Un film che è uscito in dieci sale. Per vederlo ho dovuto affrontare un viaggio da casa mia all’UCI Cinema della Bicocca. Arrivarci con i mezzi pubblici e a piedi, causa macchina rotta, è un’impresa biblica in una landa desolata nota come Mordor Sesto San Giovanni. Il piccolo film è lì, nascosto tra film enormi, in una delle diciotto sale dell’UCI. Che va benissimo, eh: io amo sia i multiplex che i cinema piccoli. Ma quel film piccolo, nascosto tra Sherlock che fa Turing e Tim Burton che non fa Tim Burton, va visto.

Si chiama Banana e l’ha scritto e diretto Andrea Jublin.
Qualche anno fa, Andrea Jublin ha scritto e diretto questo corto (la prima parte qui, e qui la seconda https://www.youtube.com/watch?v=D4X9EBHuctQ). Che è stato nominato all’Oscar. ALL’OSCAR.
Uno dice: dopo un corto così e una nomination ALL’OSCAR, gli faranno fare un film in fretta e furia, e giustamente. Invece no.
Il fatto che Andrea Jublin sia riuscito a fare un film solo oggi la dice lunga sulle fatiche produttive del cinema italiano. Anche perché ora che il film è uscito (in dieci copie: e questo la dice lunga sulle fatiche distributive del cinema italiano) la promessa di quella nomination è stata mantenuta.

Banana è un piccolo film che fin dalla prima scena si pone un problema grosso: come si fa a essere felici, oggi? Felici: non “contenti”, distinzione tragica che separa questo ragazzino soprannominato Banana, bruttino, grassottello e dolorosamente incapace di giocare a pallone (l’ottimo Marco Todisco) dal resto del suo mondo. Un mondo di adulti “contenti” nel senso letterale della parola. Accontentàti. O meglio: rassegnati, sconfitti, disperati. Dalla sorella archeologa (Camilla Filippi), sospesa tra ambizioni frustrate, un fidanzato superficiale e un possibile futuro ancora più superficiale, alla cupa, feroce, esilarante professoressa Colonna (Anna Bonaiuto), uno di quei personaggi che un autore usa per dire cose vere, orribili e divertentissime. Dai genitori di Banana, ormai incapaci di comunicare, alle amiche feroci e buzzurre di Jessica. E a Jessica, compagna di classe tamarra e rovinosamente ignorante. Banana vuole aiutarla a non restare bocciata per l’ennesima volta. Così, ragiona lui, potranno ancora restare in classe insieme. Perché lui è innamorato di lei.

Banana è ingenuo, quindi coraggioso. Patetico, quindi tragico. Continuamente sconfitto e umiliato, quindi mai rassegnato.
Banana è l’unico che lotta.
Lotta per una sua personalissima idea di felicità, assoluta, confusa, disordinata e nata sconfitta, come sono le idee che hai a dodici anni. Eppure limpida, senza compromessi. Con un’unica speranza: che “non faccia tutto schifo”, il mantra di tutti gli altri personaggi e una triste realizzazione dell’adolescenza. Quando capisci che sì, un sacco di cose fanno e faranno schifo, e ti ci devi abituare. In American Beauty, Kevin Spacey (cito a memoria) parla della figlia adolescente e dice: “vorrei dirle che tutto passerà, ma non voglio mentirle.”

Neanche Banana mente. Anzi, la vita non fa che prenderlo a sberle, metaforiche e letterali. Ma lui non molla. E, nel suo piccolo, diventa un esempio.
Chi non molla e resta se stesso, alla fine, riesce a cambiare un pochino anche gli altri. Un sacco di cose fanno schifo, ma se iniziamo noi a fare meno schifo, magari qualcun altro ci seguirà. E ci sarà qualche sconfitta in meno, un po’ di schifo in meno.
Andrea Jublin non ha mollato e alla fine ci ha dato un film pieno di sconfitte ma pieno di speranza. Un film che non rassicura, ma dà forza. Basta una maglietta del Brasile e la voglia di raccontarsi – e raccontare – meglio. Magari facendosi da solo la telecronaca, mentre un ragazzino bruttino e grassottello si toglie i guanti da portiere, esce dalla porta, scarta gli avversari uno dopo l’altro, entra in area, tira e…